Esistono due modi per essere felici in questa vita: uno è diventare un idiota, l’altro è esserlo. 

Sigmund Freud ci vedeva lungo. Ogni tanto avverto una certa felicità nel sentirmi idiota. E visto il curriculum, temo ormai di esserlo da sempre. Qualche giorno fa, tanto per non venir meno a cotanta natura, idiotamente e felicemente inseguivo un pazzo in bici lungo le discese di sassi e terra che scendono verso l’oceano norvegese. Nel cuore dei fiordi che incidono le interiora del Paese. 

Due idioti giù a fuoco sulla ciclabile più famosa di tutto lo Stato, a inseguire qualcosa di ineffabile. Forse un’emozione. Forse il vento sulla faccia. Forse la voglia di sentirsi bambini. O la consapevolezza di ritrovarsi irrimediabilmente idioti. La Rallarvegen, con i suoi 85 chilometri, è la via per biciclette più classica della Norvegia. Ma per una volta, 20mila ciclisti all’anno non significano riduzione di bellezza. E anche dove le ruote si incontrano, si inseguono e si attendono a vicenda, la meraviglia di quel che sta intorno continua a sovrastare tutto. 

Siamo fra i pochi che hanno scelto la via agevolata. Non più facile, solo potenzialmente meno faticosa. Abbiamo affittato le ebike per sentirci un po’ meno vecchi e un po’ più atletici: dove manca un allenamento che negli ultimi tempi non abbiamo potuto coltivare, premiamo un bottone. O meglio: decidiamo se farlo. La fatica resta comunque una scelta, da dosare salita dopo salita. Ma io già alla terza so che di piangere tutte le mie forze non ho nessuna voglia. Con la bici elettrica mi godo meglio quello che vedo: laghi blu oltremare, prati verdi, rocce brillanti e ponti sospesi, pareti a picco e colline dolci, torrenti impetuosi e distese d’acqua serene, boschi ombreggianti e immensità della taiga. C’è tutto e ovunque mi giro sorrido. Impossibile star male qui, in un luogo così, in un momento così, a fare quel che facciamo. Impossibile, neppure se nelle gambe risuona un po’ di fatica. 

La prima giornata sale pian piano. Ma sale sempre. E quando il pulsante fa il suo dovere facciamo anche un po’ i fighi. Quei poveri cristi che pedalano restano indietro, arenati dalle loro stesse forze. Cioè, vanno anche. Se avessi una bici normale non gli starei neppure dietro, ma stavolta vinco io. E con un sorriso passo oltre. “Ehi ehi”, dico anche. Qui si saluta così. Ma non è che in tanti mi rispondano, poveri. Non li invidio, insomma. Perché questa ciclabile è lunga e bella da godere. E io voglio godermela fino in fondo, senza lasciarmi distrarre dai dolori e dalle imprecazioni. 

A sera la Finsehytta ci accoglie con il suo microbirrificio più alto del Paese: 1223 metri d’altitudine e una scelta di birre alla spina che quasi ci stupisce per il basso costo. Otto euro la piccola. Dieci la media. In Norvegia, niente. Montiamo la tenda sul lago, ci beviamo un po’ di freschezza di luppolo e poi ci sediamo al ristorante. Turno delle 21. Incredibile, in un posto in cui si cena all’ora in cui noi italiani facciamo ancora la pennichella del dopopranzo. E’ la serata delle lasagne. E non fosse che vengono servite nello stesso piatto con l’insalata verde ricoperta di panna acida e con le patate, sarebbero anche fantastiche.

Comunque è cibo. Benzina per l’indomani, quando ci viene detto che sarà tutta discesa: la tipica aspettativa cui non bisogna mai fare l’errore di credere. Perché infatti sarà una grande bugia. Un lungo saliscendi in progressiva salita ci porterà al punto più alto del giro. E solo allora potremo cominciare a sfoderare nuovamente la nostra natura di idioti. O di persone felici. Scegliete voi. 

E’ l’ora della discesa. E capisco subito, seguendo la scia del pazzo che mi anticipa, che resta valido anche qui l’assioma aristotelico del “se sei incerto, tieni aperto”. Inizia così, giù fino alla meraviglia di Flåm, dove le navi da crociera si insinuano nel midollo del fiordo, l’ignorantissima sfilza di sorpassi in perfetto stile SensaCunisiun: uno dopo l’altro, tutti i ciclisti che erano davanti a noi diventano solo un ricordo alle spalle. Ridiamo, sfrecciamo, apriamo. In fondo restiamo italiani e dunque sovrani del divertimento. Della risata. Della sole e della vita che ribolle calda e folle. Ai norvegesi la cosa piace poco, qualche donna impaurita mi lancia una specie di insulto, ma così è. Quando qualche ora dopo sarò sulla Flåmbana, la spettacolare ferrovia che dal mare risalirà sui monti per riportarmi al mio van, sorriderò. Perché penserò che non stavo mettendo in pericolo nessuno, neppure me stessa. In quei momenti, sotto quel vento che mi sferzava la faccia, stavo solo tirando fuori un po’ dell’idiota che sono. O della persona felice che non smetterò mai di essere.

verofinoinfondo

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