Non fosse per i colori Norrona, sembrerebbe di fare un backflip lungo la linea immaginaria del tempo. Indietro, ai giorni degli esploratori che incidevano le valli con i loro sci di legno. Nel silenzio assoluto. In assenza di ogni cosa. In Kirghizistan i nativi di oggi non lasciano tracce sulla neve intonsa. Qualche raro ama scendere le piste di Karakol SkiBase, l’unica stazione che in tutto il Paese raccolga più di una seggiovia. Ma quasi tutti lasciano vergini boschi e pendii, a disposizione di chi lo scialpinismo arriva proprio qui per praticarlo. Turisti. Stranieri. Per loro in tutto lo Stato ci sono sette guide alpine internazionali, otto oggi che anche la prima donna, Anastacia, ha ricevuto il suo battesimo. Senza una di loro al seguito, non sarebbe così facile prendere confidenza con questi spazi in pochi giorni. Con le linee migliori. Con la profondità delle nevi da tracciare in una vastità che nessuno esplora. La tua guida, quella atterrata con te a Bishkek, più una di loro. E poi uno, magari due trattori umani capaci di battere dislivelli nel mezzo metro del  divertimento che divorerai in discesa. La carovana delle gite fende così, con questo ordine che ogni tanto si alterna, la neve dei monti Tien Shan. 

Non è la neve delle Alpi. Del Freeride Paradise e dei luna park della polvere. Sotto i grandi mammelloni su cui vogliamo posare le pelli, Artur e Marco, le guide dei due lati del mondo, scavano un buco. Guardano dentro, provano, sperimentano, rilevano. Un’improvvisata scientifica per capire cosa dorma sotto i nostri piedi. E renderci conto che siamo sospesi su una grande torta di zucchero. Glucosio di quello in cui immergeresti le dita per leccare un po’ di energia. Solo che qui non rischi picchi glicemici, ma esplosioni telluriche. E quando sfili le pelli per disegnare a tuono la tua linea, non puoi permetterti errori. Via dagli accumuli, via dalle pendenze pronunciate. Via da ogni profumo di pericolo, perché qui non c’è anima che possa raggiungerti in tempo utile, se il destino non ti sacrifica già a priori. 

E allora scivoli giù attraverso il bosco, puntando dritto al filo di fumo che esce dalla yurta. La casa rotonda che non ha mattoni ma assi ricurvi di salice, che non ha cemento ma nodi di fili di pelli di buoi. Che non ha bagni e inserti moda, ma latrine ai confini del cortile. Che non ha contratti con l’Enel, ma un generatore che di notte riposa con tutti. Che non ha rubinetti e boiler, ma solo il giovane Alexander a riempire secchi al fiume da mattina a sera. Che non ha televisori e divertimenti,  ma una tenda sauna riscaldata da una stufa incandescente. Che non ha docce, ma due bidoni di acque opposte da mischiare e versarsi sulla testa. Che non ha il metano che ti dà una mano. Ma solo il giovane Sergej a preparare molotov di carbone pronte da innescare nelle stufe a legna di tutte le tende.  E’ lui che verso le cinque del mattino, ogni giorno, riscalda la vita del campo. Entra nelle yurte dove i turisti dormono, si fa luce con la frontale rossa per non infastidire nessuno e spara la molotov nella stufa quasi spenta. Te ne accorgi anche se non lo senti. Perché dai gradevoli tepori del sacco a pelo precipiti in un niente nelle torride vampate delle fiamme dell’inferno. E ci resti per una mezz’ora a rosolare inebetito dalla carenza di ossigeno. 

Ma tanto qui ci si alza presto. Non si viene a ciondolare. Chi arriva vuole salire e scendere monti, vuole faticare e mettere in valigia la sua soddisfazione. E allora ogni ingranaggio di questa semplice ma perfetta macchina lo accontenta. Più di tutti lei, però. Maria. Masha, per quelli che qui le sono amici. Bella e rotonda, nera di capelli e rosa di viso, mette insieme quattro cose e crea bontà. Le zuppe, le insalate. La pizza al salame, alle verdure. I ravioli ripieni di carne di capra, le salse. Le sfoglie. Piatti tipici contaminati di sapienza russa e occidentale. Innaffiati dalle birre che Alexis spilla ad ogni richiesta. Dalla vodka che il boss Sergej non risparmia a nessuno. E arricchiti dal calore della yurta che di una mensa conserva solo lo scopo, ma in realtà è il cuore di una casa. O meglio, di una grande famiglia.

Arrivare qui da Bishkek, la capitale intasata di smog che dà un tetto a quasi un milione di persone, è la premessa di un viaggio. Più di quattrocento chilometri lungo la Via della Seta, su un asfalto a tratti occidentale e a tratti approssimativo, in una sfilata di villaggetti e piccole città che si affidano al cirillico per raccontare un’identità lontanamente sovietica, ma mai diventata del tutto matura. Le case dall’involucro fatiscente inibiscono qualunque interesse. Ma dentro le mura nascondono una cura che sa di fotogrammi rétro. Il salotto buono della nonna. Le tende bianche ricamate. I bicchieri di vetro lavorato. I tappeti. La tappezzeria dai motivi floreali. E pure, accanto, la saponetta del wi-fi e la moka dal design italiano. Il  bagno moderno e i termosifoni elettrici. 

Da Janyl, la signora col foulard e il sorriso, ogni stanza dà senso di casa. Anche il cane nel cortile, le mucche sul retro, i cavalli e i carretti raccontano la storia di una vita vera. Lontana dalle misure da turista. A Jyrgalan, dove il tempo si è cristallizzato nel secondo di una rara bellezza, nella speranza che non riprenda più a scorrere, sotto il tetto di questa donna l’Agenzia statunitense per lo sviluppo ha finanziato la creazione di una guest-house. Una casa per gli ospiti. E per chi cerca tranquillità, questo è il posto definitivo. Sul tavolone della sala da pranzo riposano tutto il giorno delizie e biscotti. Acqua bollente per il té. E piattini per chiunque cerchi conforto. Ma quando scende la sera, dalla cucina Janyl raccoglie tutti e offre quel che le sue mani sanno fare. Zuppe dai nomi curiosi. Mesha. Cimcimà. Fagottini di carne e verdure. Insalate. Salse piccanti. Un viaggio esplorativo, per gli italici palati assatanati di pasta e pizza. Sono i momenti delle riflessioni e delle chiacchierate. Del riposo dopo le giornate passate sulla neve e sotto il sole. Al freddo di un cielo terso ma avaro. Qui all’estremo est, a due passi dal Kazakistan, l’estate offre ai turisti opportunità capaci di zittire aspettative ambiziose. Bike trail. Percorsi a cavallo. Trekking. Ma anche pesca. Il torrente che solca la lunga valle è ricco di pesce, dicono i locali. E così anche in questo inverno nevoso e freddo, un tentativo scappa anche a noi. A pesca con gli sci. Forse un inedito. Ma la piccola canna da ice-fishing di provenienza scandinava non sa dialogare con le trote rintanate al buio delle loro pozze. E l’esperimento vola via così. Com’è nato. Come un semplice sogno inseguito solo per vedere quel che accade.

A chi crede che il Kirghizistan non esista, solo perché non ne ha mai sentito il nome, racconto alla fine tutto questo. Un Paese arenato nel passato, ma voglioso di avere a che fare col presente. Racconto degli arrosticini di agnello cotti al barbecue del bar sulle piste di Karakol, ma anche del negozietto venditutto che tiene l’incasso in una scatola di scarpe aperta. Lì tra la merce in vendita. Racconto delle donne che osservano curiose i nostri colori Norrona e dei bambini che salutano in inglese quando sfili con gli sci ai piedi per le vie del paese. Racconto dei russi che coccolano gli sciatori più desiderosi di adrenalina veloce. E li scarrozzano giornate intere su e giù dalla montagna con le motoslitte o con i gatti delle nevi, a divorare quei cinquecento metri di dislivello più volte possibili al costo di uno skipass svizzero. Racconto delle mucche che non si spostano quando cerchi di superarle con gli sci e della sauna fra le yurte. Racconto della tessera telefonica locale a un euro per una settimana. Dei ristoranti di Bishkek impreziositi da piatti che non finiscono mai. Dell’ospitalità di un popolo che con poco sa organizzare tanto. E che quando lavora, non scherza con nessuno. Racconto di una destinazione che non immaginavo. E che invece ho scoperto essere tra le più pronte, suggestive, ricche, interessanti ed eclettiche che abbia mai visitato in vita mia. 

verofinoinfondo

2 thoughts on “Kirghizistan: sciando in un sogno”

  1. Un’altra perla raccontata con delicatezza e foto stracolme di pace e serenità. Brava e complimenti al fotografo.

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