Insomma, c’era questo gran bel fiordo. Lungo stretto e con un ghiacciaio affacciato proprio sull’acqua. Come fosse un balcone. Un terrazzo. Un piazzale. Vabbè mezzo paese. Ecco. 
Non è che lo sapessimo da noi. Ce lo aveva detto un amico, un local. Uno di quelli di cui ti fidi a priori. Perché se non ti fidi di loro, di chi puoi farlo? 

Quattro chilometri. Ma sì, fatevi una passeggiata. Parcheggiate qui, poi andate in là a piedi. E prendi la canna da pesca, che ci sono i salmoni. Fermatevi al torrente che entra in mare proprio sotto il ghiacciaio: vedrete che roba. Già me la vedevo la scampagnata: dopo cena, come i pensionati in vacanza. Lungo la riva del fiordo come sul lungomare. Mancava solo il gelato.
Prendo le cuffiette per la musica? Ma no, dai. Faccio compagnia a Mamo, che già staremo via poco. Almeno facciamo due parole. E vengo via anche bella leggera, così non mi carico da somaro come d’abitudine. In realtà non avrei nemmeno voglia di prendere lo zaino, ma ho paura che vicino a quel ghiacciaio non spiri esattamente la brezza del bagnasciuga. Ma sì, dai. Prendiamo la felpa e il piumino. Gli occhiali no, che tanto ho le lenti. E l’acqua… ma dai che la trovo lì. Se proprio mi vien sete.
La frontale però sì, devo ricordarmi di prenderla. Non che qui venga mai davvero buio, ma in mezzo al bosco al ritorno potrebbe anche servirmi. Dai, andiamo. Sono già le otto di sera. Va bene che non abbiamo fretta, ma ho una certa età e se viene troppo tardi poi mi piglia sonno. Niente scarponi, non ho voglia di friggermi i piedi. Però visto che il sentiero è pieno di pauta mi faccio furba stavolta. E metto i miei stivali svedesi da vero pescatore. Mi balla un po’ il piede dentro, ma mica posso proprio lamentarmi per tutto. Tanto devo solo fare una scampagnata da pensionato.

Andiamo. Però che razza di sentieraccio. Tutte pietre… speriamo migliori altrimenti torno con due cordon bleu come piedi. Mamo, ma dovevi proprio prendere dietro ben due canne da pesca? E che non stanno nemmeno nello zaino? Dai che una te la tengo io in mano. Bello qui, che posto super. Luce bellissima, fa fresco ma non si sta neanche male. Dai che diamo un occhio al sentiero sulla mappa, prendi il telefonino… uhm… ma dici che qualcosa non funzioni? Secondo me il gps ci segna più indietro di quel che siamo. Camminiamo già da un’oretta buona e siamo ancora lì? Ma va là, impossibile. Se in totale sono quattro chilometri deve esserci un errore. 
Mah. Eppure sto ghiacciaio è sempre lontano. Lontanissimo, porca miseria. Ma saranno quattro per davvero? Non è che abbiamo capito male? Eppure siamo qui: quella è la lingua di terra davanti a noi, quella la rientranza del fiordo, quello là il ghiacciaio. Mi sa che la mappa non mente. Boh. Allora sarà il gps, io dico che siamo molto più avanti di quello che segna. E che cavolo. Tecnologia della mutua.

Oh, Mamo. A me inizia a venire male ai piedi. A te no? Sti sassi maledetti. Toh, guarda, c’è gente con la tenda. Un torrente. E i chilometri che abbiamo fatto sono quattro. Lo dice il telefonino. Stai a vedere che siamo arrivati. Ma no, guarda. Bjarte ci aveva detto di arrivare all’altro fiume, lo vedi qui sulla mappa? E’ lì che bisogna prendere i salmoni. E poi aveva detto chiaro che saremmo stati a un passo dal ghiacciaio, e non vedi quanto è ancora lontano?
Bah, sarà. Solo che a me sto posto qui non faceva neanche schifo. Ma sì, andiamo. Anche io voglio vedere il ghiacciaio da vicino. Non mancherà mica più tanto, sembra appena lì. Oh Mamo, ma chi è che fa la manutenzione di sto sentiero? Un impiegato delle poste? Porco cane non si vede più la traccia. Senti un po’, tieniti sta canna che mi ha rotto un tantino le palle. E dov’è che bisogna andare, in su o in giù? Boh, secondo te? Io dico giù. Ah però aspetta perché c’è un fungo, questi sono buoni nel risotto. Dai un occhio che magari ce ne sono altri in giro. Però forse sai che bisognava andare in su? Torna in alto, occhio che sono scivoloni di terra, non cadere che mi fiondi nel fiordo. Uff, ammazza quanto è dritto. Ma sei sicuro? Qui non si vede più un tubo. Vedi un ometto? Io no. Forse là. Anzi no. Forse qui. Boh. Metti su la frontale che è meglio, va.

Oh Mamo, mi sa che la frontale l’ho dimenticata. Non ci vedo più niente. E te pareva, prendi la mia che ne ho due, dai. Io ho quella di Bjarte e ringrazia Dio. Ma fai attenzione, che qui siamo sugli strapiombi e non vorrei venire a pescarti come un salmone. Oh Mamo, ma ho sete. Quei würstel mi hanno prosciugata. Non è che hai da bere? No. Zero. Ho sete anche io. Uff, ma non vedo torrenti. Io non ce la faccio mica. Oh Mamo, ma dov’è che siamo? Eh, saremo sì e no a metà. Oh madonna. E io cosa bevo? E quando dormo? E ste lenti maledette, mi sembra di essere in Valpadana a novembre. Con la congiuntivite. 

Oh Mamo, non è che divento cieca? Ma piantala. Torniamo indietro che andiamo a cercare un po’ d’acqua. Evvai. Ci sto. Ma dove? Io non vedo acqua da un’ora e mezza. Boh, qualcosa troveremo. Prova in su. No, meglio in giù. Vedi qualcosa? Niente di niente. Aspetta che sento un rumore. Sì, è acqua. Guarda, un rigagnolo dalla terra. Eh grazie Padre, ma come cavolo beviamo? Uhm. Ce l’ho. Il fodero del coltello da pesca finlandese. Geniale Mamo. Però che schifo. E vabbè, stare senz’acqua è peggio. Dai bevi, che sa solo un po’ di cuoio e di merluzzo, ma in fondo è buona.

Uff, che bevuta. Ne avrò sgolati cinquantacinque di quei coltelli. Però ora sto meglio. Dai, adesso che si fa? Non si vede più una cippa. Vuoi tornare indietro? Sì, così al buio piombiamo dritti nell’oceano. No, scendiamo verso la spiaggia. E vediamo di dormire un po’. Porca miseria, chi avrebbe mai pensato che oltre alle lenti, alla frontale e all’acqua mi sarei dovuta portare dietro anche il sacco a pelo? Ma guarda te la sfiga. Vabbè, chissà che non arrivi l’aurora. Pensa che spettacolo sarebbe.

Oh Mamo, ma cosa devo fare? Raccogli un po’ di sassi. Io prendo qualche ramo e cortecce di betulla. Ah eccoti: cavolo, ma quanta ne hai trovata? Veramente questo era l’unico posto di tutto il tragitto dove non c’era una betulla manco a pagarla oro. Ho dovuto ravanare come un maiale per trovarne un po’. Dai Vero, vieni qui che ti accendo il fuoco, scaldati. Non c’è l’aurora, ma guarda cosa ti ho trovato. Una vecchia boa di vetro. Era incastrata sulla spiaggia, chissà da quanto tempo era lì. Guarda quanto è bella. Tienila, io vado a cercare ancora legna.

Oh Mamo. Ma da quant’è che siamo qui? Mi devo essere addormentata. Con ste lenti mi sembra di avere il cicles al posto delle lacrime. Ma c’è la nebbia? Sono le 4, Vero. Hai freddo? Mah. Sai com’è. Il fuoco è quasi spento. Comunque ora c’è luce, forse è meglio ripartire. Sì, ma per dove? Ghiacciaio o camper? Già che siamo qui io direi ghiacciaio. Anche io. Almeno che ne sia valsa la pena. Dai, vai.

Cavolo, ma di quanto siamo tornati indietro ieri sera per trovare quell’acqua? Guarda fin dove eravamo arrivati. Il ghiacciaio è lì, non manca poi tanto. Ma il sentiero in effetti era proprio uno schifo, di notte non ce l’avremmo mai fatta. Beh, allora è andata bene così. Dai che ci siamo quasi. Muoviti che ho di nuovo sete, quando arriviamo al torrente me lo sgolo. Ma che ravanata, però. 
Urka Mamo, siamo al ghiacciaio. Cavolo. Guarda che roba. Hai mai visto una cosa del genere? Io mai. Ssssht. Zitto. Cos’era? Sta crollando a pezzi, Vero. Guarda là. Guarda cosa sta venendo giù. Porca di quella vacca, ma è gigantesco. 
Sì, Vero. Ma c’è una cosa importante che devo dirti. Cosa Mamo? Che Dio esiste. Mi ha dato la prova definitiva che c’è. Eh? Ma stai bene? Ti ha fatto mica male la nottata al freddo? No Vero. Ti dico che è così. Guarda qui. Una lattina di birra. Per terra. Integra. Scadenza a novembre 2019. Io dico che Dio c’è.

Sono le sei del mattino. Abbiamo un sonno porco. Io non ci vedo più un tubo. E ormai ho i piedi fatti ad omelette. Mi fanno pure un male cane. Siamo in giro da quasi dodici ore senza tenda, sacco a pelo. Io pure senza pila. Senz’acqua e senza nemmeno un formaggino o un grissino scaduto. Abbiamo due canne da pesca ma di salmoni nemmeno l’ombra. Eppure abbiamo una birra. Fredda. Gelata. E per di più senza glutine. 
Sì Mamo, sono d’accordo con te. Dio esiste. E deve anche piacergli bere. Dai, fammi dare una golata. Che poi è tempo di tornare.

(Ore 10.30 del mattino. Del loro aspetto originario i nostri piedi mantengono solo il vago rimpianto. Dopo la divina parentesi della portentosa birra, si sono a fatica trascinati per altre quattro ore. Ma ora sono di nuovo qui, al nostro van. Da ieri sera alle otto non mangiamo. Praticamente non dormiamo. Però abbiamo bevuto tanta acqua al sapore di merluzzo. E ditemi voi se questa non è fortuna.
Il norvegese della casa sul fiordo si avvicina e ci chiede se sia tutto a posto. Non vi ho visti tornare. Mi sono preoccupato. Grazie, è stato gentile. Ma tranquillo, stiamo bene. Magari la prossima volta ascolteremo un po’ meno i consigli dei local, però stiamo bene. Siamo solo un po’ stanchini. Andiamo a farci un riposino. Buonanotte a lei. Hat de bra)
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verofinoinfondo

2 thoughts on “Odissea al ghiacciaio pensile”

  1. Cavolo proprio voi che sul libro Sali e Scendi parlate continuamente di mettersi sempre in sicurezza… beh anche questa è un’esperienza.

  2. Proprio una vera via crucis visto che avete anche avuto la prova dell’esistenza di Dio! Brava molto divertente!

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