Io ero in un ristorante sulle piste da sci. A rendermi utile per gli amici dello staff, è vero. Ma tra i sorrisi, al caldo, nella festa. A mangiare cose buone. E vicino a chi desideravo essere. Anche voi: vi immagino in qualche locale. O a casa. O al mare o chissà dove. Tra gli amici. Tra i famigliari. Tra chi avevate scelto di essere. Se il destino si era imposto, eravate dove non c’era alternativa a trovarvi. Perché a volte le cose vanno così. 

Ma a scegliere liberamente di non essere dove avrebbero voluto, semplicemente perché a dirlo era la loro coscienza, quella sera erano in pochi. Solo quelli capaci di farlo. Ad Alagna Valsesia, dove da sempre la gente del posto sa che la montagna non ha orari né fa programmi, certe decisioni vengono naturali. Almeno a qualcuno. 

Certi ragazzi, quelli con la giacca rossa e giallo fluo, quelli che portano la divisa senza avere uno stipendio, l’ultimo giorno dell’anno hanno riaperto il loro conto con il dovere. Un conto perennemente sospeso, che ogni tanto – ma valutatelo voi se qualcosa come 200 volte all’anno sia tanto o poco – chiede di riscuotere. E chiama a raccolta chi ha voglia di esserci. Chi ha dato la sua parola ad esserci. Il 31 dicembre l’appello scatta nel pomeriggio, a poche ore dalla notte più lunga dell’anno. Un uomo di 73 anni, milanese, a passeggio con la famiglia dal Wold di Alagna Valsesia verso la Casa del Parco, vicino al rifugio Pastore, non dà più notizie di sé. Verso mezzogiorno aveva salutato i famigliari che erano andati a pranzo nel rifugio e aveva detto che sarebbe rimasto nei paraggi. Al massimo due passi, niente di che. Poi li avrebbe raggiunti. La famiglia però lo ha aspettato invano. Ha immaginato che fosse tornato verso l’auto, quindi facendo lo stesso percorso all’inverso è andata a cercarlo. Ma nulla. A metà pomeriggio il silenzio  si è trasformato in tachicardia, poi in angoscia. Poi in presentimento. 

Ma le brutte sensazioni, si sa, rovinano la vita. Ed è giusto allontanarle. E così i parenti dell’uomo, che la zona la conosceva bene avendo avuto a lungo una casa qui, hanno chiamato chi poteva dar loro una mano. Nell’intima convinzione che si trattasse solo di un contrattempo. I ragazzi del soccorso alpino di Alagna, con il soccorso della Guardia di Finanza, sono arrivati sul posto poco dopo le 4, allertati da una telefonata dei carabinieri. Cinque o sei volontari, figli della grande famiglia che a qualunque ora si mette in moto gratuitamente per togliere dagli impicci escursionisti, sciatori e sfortunati vari, hanno iniziato a perlustrare l’area. Due parole con i famigliari, ancora increduli davanti alla sparizione dell’uomo, che alla Casa del Parco si era detto “già contento di essere arrivato fin lì”, poi via su per la montagna. A parlare con tutti gli escursionisti di passaggio. A setacciare angoli e prati e sentieri più logici. Un paio di squadre, forse tre. Avanti per ore, anche quando il buio ha cominciato a scendere. A un certo punto, fra tante voci più o meno attendibili, un piccolo indizio: una coppia a spasso nella zona, sicura di aver incontrato l’uomo sul sentiero per l’alpe Faller. Su, in alto, sulla via che porta al Colle del Turlo. Strano. Molto strano, considerato che lo scomparso non aveva detto a nessuno di volersi allontanare tanto. Ma ogni pista andava considerata. E allora su, alla luce delle pile frontali, a buttare un occhio fino a quelle altezze. 

Niente. 

Ma i ragazzi con la giacca rossa e giallo fluo non sono persone che si danno per vinte. “Siamo tornati ad Alagna verso le nove di sera – mi racconta il capo del soccorso – e abbiamo subito raggiunto i famigliari nella caserma dei carabinieri per chiarirci un po’ le idee”. Forse l’uomo soffriva di qualche disturbo? Forse aveva dato segni di non desiderare più la vita? No, niente di tutto questo. Le verifiche spingono in una sola direzione: l’imprevedibile. E davanti a questo, non resta che insistere.

I soccorritori sanno bene che manca poco al momento che avevano organizzato con le persone più vicine. La festa. La cena. L’incontro. La serata in famiglia. Anche loro aspettano la mezzanotte con la voglia di tutti, ma qualcosa li chiama più forte. E’ quel conto sempre aperto. Con un impegno non retribuito, ma dal valore enorme. Mancano tre ore all’incontro di calici, e i volontari – adesso con qualche elemento in più – tornano a salire nel buio. Sulla montagna. A cercare chi potrebbe essere proprio in quel momento alla disperata ricerca di un aiuto.

C’è anche il cane da ricerca di una ragazza della Finanza, con loro. Il suo aiuto potrebbe essere prezioso. E allora via di corsa. Un po’ là dove già nel pomeriggio si era battuto, un po’ laggiù, dove i timori meno espliciti, ispirati dal ghiaccio, sembravano venire inghiottiti. Nelle caldaie del Sesia. In calata a corda doppia. Nonostante il nero tutto intorno.

Ma il destino non aiuta. La mezzanotte scivola via leggera, come uno scatto di lancetta qualunque. Il pensiero vola alle famiglie, a un bicchiere di spumante. E a parte per un augurio scambiato così al volo, la coscienza resta ancorata all’imbrago. E si continua ancora per un’ora abbondante, imperterriti. Ma senza successo.

E’ l’una quando lo scoraggiamento e la consapevolezza di aver fatto il possibile riportano tutti a valle, giusto per il tempo di mettere a punto la strategia del mattino e fare una dormita di un paio d’ore. Forse tre. Alle prime luci dell’alba, la macchina si rimette in moto. Ma le cose si sono fatte grandi ora: con i loro tempi, anche gli altri ingranaggi – quelli che alle divise accompagnano gli stipendi – si sono messi a girare. Allertati dalla Procura arrivano anche i Vigili del fuoco, che nel frattempo promettono l’arrivo di droni e sommozzatori. In totale a passare al setaccio la zona, mentre la nottata folleggia ancora, c’è almeno una ventina di persone, organizzate in squadre cui si uniscono anche l’elicottero e i cinofili della Guardia di Finanza. L’area è quella più plausibile: alpe Faller, rifugio Barba Ferrero, Testanera… ma ancora una volta è il silenzio a ricoprire le cose. 

E’ quasi l’una del pomeriggio quando si trasforma in realtà quel che si teme ormai da ore. L’uomo è morto. Il suo corpo è accucciato a pochi metri dal sentiero che porta al rifugio Barba Ferrero, in una cunetta. Forse è scivolato per tre o quattro metri. Forse ha avuto un malore. Non si sa nulla. L’unica cosa certa è che il medico presente sul posto chiude la porta alle speranze. 

La grande macchina dei soccorsi, ancora in attesa dei sommozzatori e ormai non più bisognosa del drone arrivato da poco sul posto, fa dietrofront. Fino alle Acquebianche con lei c’è anche una barella che  nessuno avrebbe mai voluto usare. Dal Wold, poi, saranno i mezzi ufficiali a riportare a valle chi non ha potuto vedere l’alba del nuovo anno.

Sono passate quasi 24 ore dall’avvio delle ricerche. Il mondo nel frattempo ha festeggiato distratto, assorbito solo dalle luci e dagli auguri. La manciata di soccorritori con la giacca rossa e giallo fluo invece non ha mai smesso di lavorare. E alla fine ha fatto i conti con la montagna, come sempre. Una riga sotto al conto del mese. E poi di nuovo a riaprire il conto in sospeso. Ma questa sarà – si spera il più tardi possibile – un’altra storia.

verofinoinfondo

10 thoughts on “Quando soccorrere significa rinunciare”

  1. Sono persone veramente ammirabili! Questo racconto così vero con un finale purtroppo tragico, ci fa apprezzare ancora di più questi “eroi”!

  2. Sono d’accordo nell’elogiare e ringraziare chi sacrifica del tempo personale, soprattutto durante le festività, per metterlo al “servizio” della collettività nel soccorso, mondo, nello specifico quello del volontariato, al quale l’autore dell’articolo è sicuramente vicino; mentre indubbiamente non conosce chi definisce “quelli che alle divise accompagnano gli stipendi” facendoci sembrare quasi dei fannulloni che dopo una notte di festeggiamenti si sono ricordati di fare il loro mestiere.
    Questo dimostra non solo una totale ignoranza delle dinamiche e procedure che ogni Amministrazione dello Stato deve obbligatoriamente rispettare ma crea un inutile campanilismo di parte che non giova all’interesse dei cittadini, che al contrario devono contare, proprio quando sono in maggiore difficoltà, sul meglio che il mondo del soccorso possa offrire che a prescindere dal colore delle divise sono sempre pronti a mettere sul campo le proprie specifiche eccellenze.

  3. Faccio parte anch’io di quelle divise e quando leggo certe frasi mi si accapona la pelle e diventa difficile essere diplomatico quanto lo è stato Max. Per quanto riguarda il soccorso la sinergia è quella che funziona e spesso lavoro con associazioni di volontariato funziona perche si mettono sul tavolo tutte le professionalità e si sfruttano al meglio, alle volte purtroppo questo non accade per inutili campanilismi e manie di protagonismo o altro ancora.
    Per il resto dico solo questo, Chi mette la divisa si è scelto di mettere la propria vita a servizio della comunità sempre e comunque e dicendo la propria vita non esagero basta leggere la cronaca per verificarlo.
    E se qualcuno fosse invidioso dell’ enorme stipendio che percepisco.. (mio cognato netturbino, per fare un paragone con un’altro lavoro anch’esso piu che onorelvole prende piu’ di me!),il concorso è aperto a tuttì; Vi dico la mia scelta di 22 anni fa, ho lasciato un lavoro da dipendente con uno stipendio molto superiore a quello attuale e senza alcun rischio per uno che non definirei ben retribuito e di certo con molti rischi… Per cui andiamoci piano con le parole, prima di criticare una realtà come ha ben detto Max occorre conoscerla. Buona vita a tutti.

  4. Buon giorno a tutti.
    Qualche piccola riflessione su questo articolo ben scritto e con tanto di reportage fotografico.
    Leggo che un signore anziano di 73 anni è stato lasciato da solo dalla famiglia passeggiare tranquillamente tra i boschi, e che nel pomeriggio, avendolo salutato a mezzogiorno e non vedendolo arrivare, chiedono aiuto a parenti ed amici per cercarlo; non trovandolo si recano alla stazione dei carabinieri, i quali, a quanto pare, allertano soccorso alpino di Alagna e Guardia di Finanza. Partono le ricerche che sembrano giungere fin sulla vetta della montagna (parlo da profana non conoscendo la zona) e in lungo e in largo per tutto il pomeriggio fino all’una di notte, non trovandolo. Si sospende il tutto per riprendere il giorno dopo. Il mattino seguente la Procura allerta i Vigili del Fuoco i quali arrivano. All’una del pomeriggio il signore viene trovato ormai deceduto a pochi metri di distanza da un sentiero.
    Fin qui cronaca.
    Ma…. mi chiedo io, da cittadina…. quando compongo il numero unico 112 per un problema, nel giro di pochi minuti vengo ascoltata e, se necessario, la macchina dei soccorsi si muove prontamente 365 giorni l’anno e 24 ore su 24. Non mi sono mai posta il problema di stipendi o meno, perchè chi sceglie di dare il proprio aiuto agli altri lo fa a prescindere da uno stipendio o meno.
    Ora mi pongo una domanda: perchè quella parte di macchina del soccorso è arrivata solo il giorno dopo? Sembra quasi che si prediliga il volontariato, non so per quale motivo, a discapito nostro che paghiamo le tasse con cui vengono stipendiate quelle divise. Qualcuno mi sa spiegare quest’arcano mistero? Perchè da che mondo è mondo più si è e meglio è, soprattutto se competenti! Tant’è che è stato trovato, guarda caso, quando la grande macchina dei soccorsi era al lavoro.

  5. Nessuno li obbliga.. state a casa e cmq hanno i rimborsi spesa e son pagati dai datori di lavoro per andare in giro in montagna

  6. Racconto oltre scritto male e pesante dimostra molta invidia a chi del suo lavoro ha fatto la sua passione. Chi legge non può che sorridere difronte a palese frustrazione e invidia dell’autore che oltre che a mancare di rispetto dimostra ignoranza, infantilismo e capacità di critica. Chiunque presta il proprio tempo e sapere è manodopera per fare del bene è meritevole di lode, comprese le giacche fluo che indubbiamente sanno fare e conoscono il territorio. Non è uno stipendio che fa la differenza invece lo è l’intelligenza con cui si affrontanoe cose che manca ovviamente a questo acerbo scrittore. Compratelo tu il drone e vai tu a giocare sui monti invece di perdere tempo a scrivere racconti patetici e infamanti.

  7. Purtroppo assistiamo spesso a eventi in cui i volontari giocano a farei professionisti del soccorso e per diversi motivi agiscono senza chiamare i professionisti. Questo a volte porta a conseguenze gravi. Questo malcostume riesce a perdurare e dilagare per l’impunità in cui viviamo in Italia. Vorrei ricordare ai miei amici volontari che per quanto possiamo essere professionali non saremo mai professionisti. Per quanto possiamo essere capaci non saremo mai competenti (mi riferisco all’esercizio della professione medica e allo stato di agenti e ufficiali di Polizia Giudiziaria e Pubblica sicurezza). Abbiamo anche avuto l’ardire e la sfacciataggine di querelare lo Stato perché faceva soccorso senza di noi!!! C’è qualcosa che non va. Sopratutto chi è a capo di noi volontari. Noi che facciamo volontariato (veramente) non percepiamo niente (al massimo qualche rimborso spese se ci sono soldi) ma chi dirige l’associazione è un vero e proprio manager mosso da interessi economici (es. se ti serve un’ambulanza la paghi eppure il servizio lo offre una’associazione di volontariato, e in effetti io volontario non prendo soldi, ma il cittadino paga uguale… c’è qualcosa che non va)

  8. ….uno scritto che trasuda di invidia…frustrazione…cattiveria…diffamazione….che fortunatamente sono “qualita’” che non appartengono alla stragrande maggioranza del popolo del volontariato al servizio del prossimo….come appartenente al CNSAS prendo categoricamente le distanze da questo scritto e spero che i responsabili di stazione/delegazione facciano altrettanto in maniera ufficiale e visibile, anche solo per tutelare tutti gli operatori CNSAS che hanno sempre prestato,e prestano,la propria opera con dedizione ed impegno in collaborazione con altre associazioni di volontariato e non ( gli stipendiati)….e cmq questo scritto e’ da considerare una pagina triste per il Cnsas della valle

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