L’inverno lo riconosci subito. Nella stanza che dà a nord, quella con quei bei muri spessi un metro, il pinguino Alfredo issa la bandiera groenlandese e chiede un fiorino a chiunque tenti di oltrepassare il confine. E’ meglio di un dobermann. Se te ne vai per il weekend, quando torni è probabile che lo ritrovi a banchettare con la famiglia. Con il sorriso di Joker sulla faccia.

Un paio di mesi prima eri in piena savana. Se trovavi il coraggio di affrontare il balcone potevi anche vincere la nazionalità etiope. La zona non è esattamente nota per temperature tropicali, ma rispetto a casa tua, d’estate, l’altoforno Ilva sembra la cella frigorifera in cui Rocky Balboa tirava cazzotti ai quarti di manzo. A volte ti alzi di notte in preda alle caldane da menopausa. E l’unica soluzione a ragionevole portata si rivela sempre la combo salvavita: assalto al rubinetto più trasloco in terrazzo. Così, senza formalismi, schifosamente buttato sulle piastrelle.

Ma quelli sono tristi ricordi. Perché ora ti affacci con entusiasmo sulla stagione che ami di più. E il passaporto artico lo scongeli con gioia insieme all’arrosto. Che ne sa il tuo amico domotico di queste cose… lui che il riscaldamento lo pilota dallo smartphone e a casa ci torna solo se i gradi superano almeno le due decine e mezza? Magari irradiati dal pavimento, che così può ravanare per casa scalzo come un aborigeno dell’Amazzonia? Per lui il caldo c’è. E non può non esserci. E’ una variabile scontata.

Tu invece ti sei complicato la vita. Gratis, direbbe qualcuno. E vabbè, lascia che dicano. Comunque quello che per altri è banale per te è ogni giorno una conquista. Il calore di casa, ad esempio. La caldaia a gasolio coscritta del nonno, in allegra combutta con gli infissi non di primo pelo, consuma come un’Aston Martin e sopravvive come pezzo di arredamento da cantina. Sostanzialmente inutile. Niente di grave, tanto non l’avremmo voluta. A noi piace il fuoco. Ecco perché cerchiamo di accenderne sempre uno: a volte con le emozioni, a volte con i viaggi, a volte con la legna. E infatti in casa ci si scalda solo con quella. Termosifoni freddi, putagé a 400 gradi. Una sola stufa, bella, rivestita in pietra, vagamente démodé, per una casa intera. Non che sia la reggia di Versailles, ma qualche metro quadro c’è. E lei, con il suo fuoco e sei metri di canna fumaria, quindici pezzi da ricomporre almeno due volte a stagione per la consueta spazzolata, sa surriscaldare il clima nel tempo di un caffè. Dal pack groenlandese del caro Alfredo, sempre pronto ad accoglierci al ritorno da ogni trasferta, sino al tepore vagamente maghrebino della fase cena. 

Eh, però non è che sia tutto pizza e mandolino. Che vi credete? Prima di rischiare la combustione del sedere contro il vetro della stufa bisogna superare prove di alto profilo.  La legna, che tempo fa era tutto frutto del sudore dei Freealper (con una “certa” predominanza del lato maschile), ora arriva in formato portatile. Ma va sistemata nella legnaia. E lì scatta il primo passaggio di mano. Poi va spostata nelle cassette di cartone e portata a casa. Ed ecco il secondo, con tanto di trasporto su per la ripida scala in pietra. Quindi va posizionata nella casetta in legno dietro casa, poi portata dentro nel momento del bisogno. E fanno tre. I pezzi alla fine diventano delle specie di amici. Te li ricordi quasi. Quello grande e quello piccolo: li riconosci e li mischi con una logica consapevole. I più secchi per primi, poi quelli ancora un po’ verdi, ma pochi pochi, se proprio non c’è scelta. Li disponi in modo da dare ossigeno, a rete, piccoli poi grandi. Rovere e frassino, faggio, acero, acacia e ciliegio, castagno e carpino: solo le essenze migliori, perché con sei metri di tubo non puoi permetterti di bruciare porcheria. Il pino, ad esempio, stia pure a casa sua. E il castagno, anche lui, via nel fuoco solo dopo almeno un paio d’anni all’acqua e al vento. Che se no farebbe solo casini. 

Dopo un po’ la casa è calda. Anzi, caldissima. Sulla stufa cucini qualunque cosa. Hai anche un perfetto forno da pizza. Un bollitore sempre pronto evita che le fauci si trasformino in bolge dantesche. E altro non ti serve. Al mattino? Se di notte sonnambuli un po’ può essere che il caldo ti accompagni fino al risveglio. Altrimenti ti alzi, ti vesti bene, ripulisci il foyer, passi il vetro con acqua e cenere e ridai il via alle danze. 

E non scordare che se apri il rubinetto l’acqua esce fredda. A casa Freealper sono i pezzetti di risulta della legna, gli angoli di bancale, le cassette della frutta a scaldare la doccia. Non tutti i giorni, magari uno sì e uno no. Il boiler con il focolare va così. E la sera, quando la fiamma è spenta perché magari la doccia non è in programma, per lavare i piatti non fai altro che munirti di pentola, riempirla di acqua e metterla sul vecchio caro putagé. Un po’ come faceva la nonna, che la domotica se la sognava e il metano non le dava ancora una mano.  

Insomma, qui va così. Bello, alla fine. Ma solo se per te ha un senso. Dei tanti cui l’ho spiegato solo qualcuno ha compreso e apprezzato. Per gli altri, si tratta solo di stranezze. Per qualcuno di snobismo. Per me, per noi, è invece un affare di estetica. Imparare a non dare per scontate le cose. Sforzarsi di dare valore a quello che per molti non lo ha. Ed è un affare di pratica: perché sfidatemi a restare al caldo quando – e succede – la corrente elettrica in queste lande montane esposte al maltempo se ne va per un’intera serata. Ma soprattutto, in fondo, è un affare di vita: non sedersi sulle comodità, e rendere un po’ più complicato anche il gesto più normale, ti obbliga a gustare tutto in modo diverso. Ti rende un po’ strano. Ma ti evita di diventare vittima della pigrizia, come questo mondo tenta sempre più di spingerci a fare. 

verofinoinfondo

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