Sono sicura che mio nonno Attilio, se avesse potuto, avrebbe viaggiato. Se non avesse dovuto farsi ogni giorno quindici chilometri di strada a piedi per raggiungere la fabbrica, se non fosse nato in un mondo in cui ogni sera dovevi ringraziare per il poco che avevi, lui che era uno spirito indipendente e curioso, sono sicura che avrebbe visto il mondo. Se avesse avuto le possibilità che ho avuto io, l’avrebbe fatto. Solo che i soldi non c’erano. I mezzi non c’erano. Eppure lui viaggiava già, a modo suo. Prendeva il pullman fino a Biella. E non guardava in faccia a nessuno.
Anche mia nonna Rina avrebbe viaggiato, penso. Era una donna fantasiosa. Se non avesse dovuto passare i suoi giorni attaccata a un telaio sino a perdere l’udito, avrebbe visto un po’ di mondo. Sono sicura che le sarebbe piaciuto scoprire che altrove si facevano cose diverse, si parlavano lingue strane e si mangiavano cibi curiosi. Non so se abbia mai avuto un’idea di tutto questo. Non so neppure se se ne sia andata avendo lasciato l’Italia anche solo per una volta.

Loro non hanno potuto. Credo fossero felici comunque, alla fine. Quando una cosa non la conosci, dicono che non la desideri. Me lo ha spiegato tempo fa un signore anzianotto che vive vicino a me. Non ha mai immaginato di andarsene da lì, e non lo ha nemmeno mai fatto, perché non sa cosa ci sia fuori. E allora resta felice lì dov’è. Senza volere altro. Sorride sempre, quasi non avesse pensieri e problemi nella vita. E’ una specie di felicità letargica. Ma è sempre felicità. Però visto che i miei nonni adesso l’occasione ce l’hanno, anche se non sanno bene che cosa questo significhi, ogni volta li porto in viaggio con me. Li vedo lì, che si preparano con la loro valigia vecchia. E poi mi aspettano. Quando facciamo cose che loro non avrebbero mai potuto fare, ma che magari avrebbero volentieri fatto, li sento sorridere. E io sto bene. Perché è come se dicessi grazie per quello che ho. Che è tanto, credetemi.

A volte osservo i giovani. Un po’ ovunque per le strade. E penso che loro sono ancora più fortunati di me. Quello che i miei nonni non avevano e che io ho faticato ad avere loro l’hanno in modo quasi naturale. Possono viaggiare grazie alla scuola, sin da quando sono piccoli. Possono muoversi in un mondo in cui costi abnormi sono diventati ridicoli e le possibilità sempre più varie. Possono conoscere fin da subito cose diverse da quelle che li circondano. E possono visitare Paesi che alla loro età tanti altri ragazzi non avrebbero mai potuto vedere. Poi guardo quelli che tutto questo non lo comprendono. E se ne fregano. Non hanno problemi ma continuano a restare a casa loro senza mai sentirsi curiosi, senza la capacità di guardare altrove. E mi piange il cuore perché penso ai miei nonni che avrebbero tanto voluto avere tutto questo. Penso ai tanti ragazzi che viaggiano solo leggendo perché è l’unico modo che hanno per farlo. E penso al futuro che potrà creare una generazione che oggi, in questo mondo così lontano da quello dei tempi del Titanic, non ha voglia di scoprire la realtà.

Qualche volta lo dico: andate. Anche solo fin dove potete. Ma andate. Non c’è bisogno di volare lontano per aprire le vedute. Basta osservare qualcosa che non avete mai visto. Ma andate. Quando sarete vecchi, se non lo avrete fatto, non saprete cosa raccontare. O racconterete sempre le stesse cose. E dopo un po’, nessuno vi ascolterà più.

verofinoinfondo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *