Tre capitali in tre giorni. Diffidate di chi guarda il mondo così. E dunque diffidate anche di me, che questa formula l’ho applicata alla lettera. Insomma, non fate troppo affidamento su quello che sto per dirvi, perché io Tallin, Riga e Vilnius le ho scorse come fotogrammi di un cortometraggio. Senza probabilmente capirci un tubo. Ma portandomi a casa da ognuna una valigia di sensazioni a pelle. Che chissà se del vero ce l’hanno sul serio.

Ad esempio, sapete che Tallin potrebbe sembrare un po’ Frittole, anno Millequattro… quasi Millecinque? Qualcosa di molto lontano da quel villaggio che avevo visitato nello Svaneti, nel cuore più tradizionale della Georgia, dove le persone si muovevano a cavallo e le vie erano ricoperte di sterco di maiale. A Tallin le vie profumano di magia. Nel senso che trasudano credenze medievali, superstizioni stregonesche, volti e atmosfere incastonate fra Santa Inquisizione e popolani. Non come su un set cinematografico. Non per finta. Ma come se quei lontani tempi rivivessero davvero. Nei ristoranti, nei bar, nei locali più tipici e per le vie, Tallin è una Frittole bella e fiabesca, dove i giovani amano trovarsi per una birra, le strade sono ricche di passanti, dove le cucine di tutto il mondo sono rappresentate allo stesso modo e dove gli interni delle vinerie sono curati come fossero a San Babila.
La vecchia Tallin è piccola e intima. Ha tutto in poco spazio. Tutto quello che cerchi. E ogni cosa puoi raggiungerla a piedi, correndo ogni volta il rischio di imbatterti sulla strada in qualcosa di inatteso pronto ad attirarti. Bevi una minestra nel vaso di coccio dentro la taverna semibuia della matrona medievale, poi ti ritrovi a sorseggiare Chianti nel calice di cristallo sotto i faretti a led. Osservi con orrore le immagini del museo della persecuzione, quelle che raccontano i duri giorni sovietici, poi ammiri l’orizzonte sul porto. Sapendo che a due ore di nave potresti ritrovarti in Finlandia. Entri dimesso nella cattedrale protestante e ti accorgi che anche qui, nella religione, l’Estonia è la capitale europea della tecnologia. Con i grandi monitor che ad ogni fila di banchi proiettano ai fedeli le immagini del pastore in preghiera, in realtà non così lontano da richiedere tanto uso di elettricità.

Ma il tempo scorre e bisogna andare. E allora decidi di metterci anche una Riga sotto. Lettonia, dove la Vodafone ti dà il benvenuto con il suo solito messaggio. Solo che fatichi a leggerlo perché sei troppo intento a districarti nel traffico che ti opprime da ogni direzione. Macchine, macchine, macchine. E camion, camion, camion. Che non capisci bene dove vadano e da dove vengano, ma soprattutto perché si trovino tutti lì in quel momento. Proprio mentre lì ci sei anche tu. La pace, o quel che vagamente la ricorda, la trovi solo a mezz’ora a piedi dal centro. E non perché hai proprio sta gran voglia di camminare, ma solo perché la più vicina area attrezzata per il camper la trovi lì. E allora avanti e indietro nel poco tempo che hai, verso il centro storico che di cose ne dice tante, ma tu le senti poco. Questione di gusti, perché a Tallin il mio udito era perfetto. Sarà che qui gli spazi si disperdono, sarà che la magia di quel borgo sembra lontana. Chi lo sa. Però qualcosa che ti colpisce lo trovi. La gentilezza dei ragazzi che ti servono nei locali, tutti con il loro perfetto inglese. E le cose buone che riesci a scovare scegliendo il bistrot giusto. I pesciolini tipici, il loro formaggio, il salume tradizionale. Rinascono quelle tapas su cui avevi lasciato il cuore in Galizia. E in un boccone ti ritrovi a viaggiare per il mondo sui ricordi che porti con te.

Tempo di una dormita e già si riparte. Lo diceva Kerouac, che “dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati”. E dunque via. Verso il terzo simbolo più macroscopico di questi tre Stati fratelli. Ma non gemelli. Verso la Lituania in cui già si respira profumo quasi slavo, lontano da quel sentore finlandese che pervadeva invece la sorella Estonia. L’ingresso a Vilnius coincide con la sera fatta di luci e ombre. Quando tutte le città sembrano belle e poetiche. Quando basta uno scatto a rendere soffuso un lampione. Ma il ciottolato che ti riequilibra i piedi, le vie strette amalgamate di storia, la vita che ribolle nei negozi e nelle piazze, l’infinità di bei locali che ti circondano sanno di tradizione. E ti portano con un salto nel cuore di questa cultura che non conosci. A farti assaporare il gusto dei cepelinai, delle barbabietole, della carne impanata alla loro moda. Con la cameriera di questo delizioso ristorante casalingo, piccolo e alla buona proprio come noi lo cercavamo, pronta a raccontarci tutto delle loro preparazioni.
Però senti che Vilnius non è tutta qui. Questa volta l’orecchio avverte qualcosa, un sibilo piacevole che ti racconta sensazioni che ancora non hai udito. E allora il mattino dopo ritorni. Sotto la luce, quando le cose belle devono essere belle davvero perché più niente le camuffa. Un po’ come le donne che incontri la sera e rivedi il giorno dopo. E la scoperta che fai vagando per le strade del centro storico, così a pelle, è che qui il senso di Dio pervade ogni cosa. Qualunque sia il credo, qualunque la cultura. Ma Dio è realmente qui. E sembra che tutti lo sentano, nelle tantissime chiese che costellano le strade, nelle immagini, nei simboli di questo piccolo mondo. Papa Francesco è appena passato di qui e la sua ombra ancora si allunga sulle vie. E tu ti ritrovi a fare il classico tour delle chiese come un turista qualunque. Rendendoti però conto di essere in un luogo che non è fatto per le guide con l’ombrellino in mano, ma per le persone che il senso di questi monumenti lo sentono davvero.

verofinoinfondo

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