Se dico Rovaniemi, a chi pensate? In realtà lo so. Perché è la stessa persona cui penserei anch’io. Ce l’hanno detto in tutte le salse che lui viene da lì. La sua casa è a pochi minuti dal centro, proprio sul Napapjiri. Il Circolo polare. Fortunello lui.



Solo che è una casa un po’ strana: non ha porte, finestre e panni stesi, ma tanti negozi uno in fila all’altro. Come un grande Vicolungo. Una casa curiosa, perché non sai nemmeno dove guardare per riuscire a non toccare il portafogli. Dicono lui stia lì quasi sempre, in una specie di ufficio postale. Non serve neanche troppa fortuna per incontrarlo, e se gli chiedi una foto insieme non dice mai di no. Però non è che uno faccia niente per niente, vi pare? E infatti lo scatto ha il valore di un piatto di granchio reale. Ma alla fine chi se ne frega, l’importante è incontrarlo.
Questo personaggio passa la vita a raccogliere letterine di sogni, anche quando il suo momento è ancora lontanissimo. E a tutte promette una risposta. Poi a un certo punto inizia a viaggiare per il mondo per fare quel che deve fare. E allora nessuno lo vede più, almeno per un po’.


Io l’ho incontrato. E senza offesa, alla foto ho preferito il granchio reale. Però ho capito che lui è un uomo proprio magico. Far felici i bambini di mezzo mondo non è mica facile. E lui ha capito cosa dire alle mamme e ai papà. E’ davvero speciale. Peccato solo che io non ci creda poi tanto a sto fatto della casa. Trovo un po’ strano che un tipo così ami vivere in quel marasma: secondo la mia modesta opinione, lui fa orari d’ufficio nella piccola posta, poi di sera se ne torna nella casetta di legno rosso in mezzo al bosco di abeti. Nel silenzio del nulla. In compagnia delle sue renne.
Io almeno la vedo così.



Ma se sottovoce vi dicessi che Rovaniemi non è lui? Non ditelo ai bambini, per carità. Certi sogni non devono spegnersi mai. Però se vi dicessi che i veri Babbi Natale della città simbolo della Lapponia sono altri due? Perlomeno lo sono nella mia mente. Poi non so mica se ho ragione.
Comunque uno si chiamava Janne. Era nato nel 1893. Quando è morto, nel 1970, ha lasciato scritta una frase. “Lo scopo della mia vita è stato quello di rendere felice la gente”. E infatti se n’è andato con il sorriso.



Dietro di sé non ha lasciato sacchi pieni di doni e timbri postali spediti a mezzo mondo, ma decine, centinaia, migliaia di coltelli. Coltelli di ogni tipo. Uno più bello dell’altro. All’epoca metteva al lavoro anche i bambini, perché così il mondo andava, e a loro chiedeva di usare la bellezza per creare delle piccole opere d’arte. Sapeva che i Sami avevano bisogno di lame per sopravvivere: quella per uccidere, quella per scuoiare, quella per cucinare. Per ogni esigenza lui aveva creato un coltello diverso. Faceva tagliare le betulle, chiedeva ai suoi uomini di farle a pezzettini. E da quei pezzetti faceva ricavare dei manici bellissimi.


Forse a noi figli dei tempi moderni il valore di un coltello suona un po’ distante. Con tutte quelle che sentiamo, poi, vien da sé che lo associamo subito a qualcosa di brutto. Ma quando Janne Marttiini ha fondato la grande casa che ancora oggi porta il suo nome, vi assicuro che non c’erano tante rapine e tanti tagli di gola da temere. Era come avere in tasca la cosa più utile del mondo. Più ancora di tanti bei soldi. Perché quelli potevano farti avere quel che ti serviva, ma non facevano a pezzi la renna che sfamava la tua famiglia.



Insomma, Janne ha vissuto per un sogno. Migliorare la vita delle persone. Rendendo bello e funzionale ciò che doveva in origine essere solo utile. E sapete qual è la cosa strana? Che anche il terzo Santa Claus la vedeva proprio così. Voleva le stesse cose. Lui si chiamava Alvaar Aalto ed era un grande architetto. Un grandissimo architetto. Forse il più grande che la Finlandia abbia mai avuto.



Non veniva da Rovaniemi, ma non importa. Perché quando la città ha dovuto rialzarsi dopo la Seconda guerra mondiale, con quasi tutti i suoi edifici rasi al suolo, Aalto ha avuto il compito di rimetterla in piedi. Lui ci ha pensato un po’ su, poi sapete cos’ha fatto? Ha reso bello ciò che doveva essere solo utile, ma in un modo geniale. Le strade servivano, i collegamenti servivano, le case servivano. Ma come mettere insieme tutte queste necessità creando qualcosa di unico, che potesse dare il senso di una città che credeva in se stessa e nella sua identità? Dando a Rovaniemi la forma del suo animale simbolo: una renna. Aalto ha preso in mano la mappa, ha disegnato le vie. E al posto delle semplici direzioni ha creato un palco di corna, un muso, un occhio. Immaginando così la città più incredibile che potesse progettare. A tutto questo ha aggiunto lo schizzo di due o tre edifici. Il Municipio, il futuro teatro, la biblioteca. Li ha messi tutti vicini, tutti con la stessa fame di luce. E Rovaniemi ha ricevuto così il più bel regalo di Natale di sempre.



Oggi al villaggio dei negozi, sul Napapjiri, di Babbo Natale ne vive uno solo. Ed è giusto sia così. Perché tutti i grandi sono stati bambini. Ma se un giorno dovessero parlarvi di Rovaniemi, ricordate la storia dei sogni. Quella degli uomini che hanno vissuto per creare qualcosa di bello, e l’hanno fatto perché questa era la loro missione. I Babbi Natale della vita quotidiana. Se vi guardate intorno e cercate attentamente, senza bisogno di arrivare in Lapponia, sono certa che anche intorno a voi ne troverete altri. Ma non andate a Vicolungo. Lì troverete tutt’altro.

verofinoinfondo

1 thought on “Rovaniemi: la città con tre Babbi Natale (e un Vicolungo)”

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