E’ come uscire da Full Metal Jacket e ritrovarsi in Via col vento. Un’ora di pista sterrata nelle fauci dei militari. Fili spinati. Cartelli minatori. Telecamere. Barriere invalicabili. Segnale telefonico azzerato. E alla fine, una curva. Il piazzale che si dilata. Una cappella dedicata a un vecchio re. Due casette anonime e qualunque. E il mare di Barents che compare davanti, invaso da un tramonto che sovrasta ogni cosa. Un quadro color salmone che sembra inghiottirti. E tu che lo lasci fare. Grense Jakobselv non ha altro. Eppure senti che basta così: quando lo vedi, comprendi perché l’estremo insediamento norvegese prima della Russia, 50 chilometri ad est di Kirkenes, dove anche la crociera postale si rifiuta di procedere,  sia l’ultima tappa di tanti viaggi. Adesso hai visto davvero tutto. Tutto il bello che esiste. Puoi anche tornare a casa.


I cartelli lo dicono chiaro che sull’altra sponda del fiume è un altro mondo. Non devi valicare le barriere. Non devi stringere contatti con la gente dall’altra parte. Non devi scattare fotografie che ritraggano i militari. Un viaggio attraverso una decina di Paesi e mai s’è visto un doganiere. Anzi no, la signora svizzera. Che in ticinese simil-bergamasco ci ha chiesto dove andavamo. Norvegia, comandi. Ma qui si parla di tre mesi fa.

Invece qui che siamo pur sempre in Europa, o almeno a scuola avevo imparato una cosa così, sembra di trovarsi davanti ai recinti di Guantanamo. Militari di qua, militari di là. In realtà ci ho anche provato ad informarmi per il visto, ma che rottura. Un po’ come il pass per la Mongolia, che mi era costato un mese di carteggi assurdi… ma lì era proprio un altro mondo. Comunque va bene la polizza medica internazionale. Va bene la sfilza di documenti. Ma indicare ogni sera dove dormirò mi pare una pretesa un po’ eccessiva. Cari compagni, io vivo sul van. Ho scelto di vivere libera. Non so cosa farò nei prossimi cinque minuti, non programmo. Non pianifico. Mi ingozzo di informazioni quando è ora, ma vivo solo al momento. E secondo voi so dove dormirò domani sera? Lo stress dei visti, la cosa più anacronistica che esista ancora in questo Occidente che vuol essere civile, la lascio a voi. E io me e andrò allegramente giù per la Finlandia. Dove si mangia, si ride, si beve, si balla, si cammina e si pesca senza che a nessuno freghi niente di te.


Comunque Grense Kakobselv è pur sempre Norvegia. E in fondo a questa strada respiri tutto tranne l’aria della civiltà. Guardi il mare e ti domandi a cosa pensi. Ma una risposta non la trovi, perché pensi a tutto e niente. Alla fortuna di esserci, al bisogno di silenzio. Ti dici che devi imprimere bene questi colori nella tua testa, perché questo momento non tornerà mai più, poi ti incanti senza pensieri davanti alle foche che galleggiano serene. Con le loro testoline che spuntano fuori dall’acqua, quasi cercassero proprio te. Sai che in questo mare nuotano liberi i beluga e già l’idea ti fa tenerezza. Ma sai anche che queste sono acque terribili e tremende. Aperte sul nulla. Smutandate così, senza ritegno, davanti alla porzione di mondo più ostile che esista.


A Grense Jakobsen il viaggio può anche finire. “Dopo puoi anche morire”, dicevano di quella vetta meravigliosa. E se davvero funziona così, alla fine la scelta sta a te. Sei arrivato dove oltre non puoi andare. Ora devi solo decidere: morire così, sazio e appagato. Oppure continuare a vivere affamato. E un po’ folle, come un certo genio ci ha insegnato.

///Tutte le fotografie sono di Mamo Freealper///

verofinoinfondo

1 thought on “Ai confini del viaggio”

  1. Grebse Jacobselv é stata la prima tappa della mia prima volta in Norvegia a giugno: un sole di mezzanotte indimenticabile e una strana sensazione nel guardare a est e sentirsi piccolissimi pensando che al di là del ruscello inizia una Nazione che termina a Vladivostock.

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