Presente la persona che non ti frega niente di conoscere? Sai che c’è ma non ti attira. E forse potrebbe anche essere quella giusta, ma la vedi e passi sempre oltre. Perché a pelle proprio non ti dice niente. Capo Nord era lei. Piaceva a tutti, seduceva chiunque. Esattamente quello che non ho mai cercato in una persona. Né in un luogo. Le cose troppo apprezzate hanno sempre qualcosa di banale, altrimenti non sarebbero piacevoli per il palato di tutti. E quindi via. Ne ero sempre stata lontana.


Tredici viaggi in Norvegia e mai una tentazione. La prima meta di ogni viaggiatore del Nord, il sogno dei camperisti, la tappa imperdibile di tante vite: per me, semplicemente, invisibile. Inesistente. Forse per colpa di quel pedaggio che snatura tutto il senso di libertà, o della sovrabbondanza umana che oscura il selvaggio di quel posto. Forse per anticonformismo. Forse perché semplicemente non me ne fregava niente. Mi sono sempre domandata perché la gente debba affollarsi in un luogo che credono sia quel che non è. Magari sapendo che qualcuno si arricchisce su questa inesattezza. Dicono sia il punto più a nord dell’Europa continentale. Ma Capo Nord non lo è: è su un’isola, non sul continente. E quindi basterebbe puntare il dito sulle Svalbard per trovare terre europee ancora più settentrionali. E poi, anche volendo restare nell’agglomerato del Vecchio continente, geograficamente c’è un luogo che lo supera in latitudine. Anzi due. Dunque, che razza di fregatura è?


Il vero Capo Nord delle terreferme d’Europa è da tutt’altra parte, settanta chilometri a est. Kinnarodden. Un promontorio sfigatissimo che nessuno si fila. Anche perché ci si arriva solo dopo un giorno e 24 chilometri di cammino, oppure via mare. Come ha fatto il principe di Norvegia, ad esempio. Che l’escursione se l’è sfangata per merito dello yacht reale, fortunello lui.
Ma anche sull’isola del NordKapp pubblicitario, e dunque restando comunque nella fuffa del primato continentale che tale non è, c’è un posto che se la cava meglio con i gradi. Knivskjellodden, il promontorio ovest, svetta ben un chilometro e mezzo più a nord del nord hollywoodiano. Solo che anche qui servono gambe e voglia. O il sopracitato fondello del re.
Povero Capo Nord. Lui ci è finito di mezzo solo perché nel Cinquecento un navigatore qui è approdato mentre cercava il famoso passaggio a nord-est. E semplicemente, quello è il nome che gli ha dato. Che ne sapeva lui, che tutt’altro aveva per la testa, che quello fosse sì un capo nord, ma non proprio così a nord? E che per secoli avrebbe messo confusione nelle teste dei poveri turisti del futuro? Personaggi strani, che mica sarebbero ancora andati ad esplorare il mondo. E che questa Terra avrebbero preferito vederla solo su indicazione di chi suggeriva loro dove andare.


Ma così è, se vi pare. E io da tanto marasma geografico ho preferito stare a dovuta distanza per lungo tempo. Fino a questa volta, quando tutto si è fatto diverso. E con un bel po’ di tempo, un’intensa voglia di vedere cose nuove e il desiderio di raggiungere posti che non avevo mai sfiorato, lassù ci sono arrivata. A Capo Nord. Ma quello che ho deciso io.
Niente esperienze guidate. Niente avventure estreme. Alla fine ho scelto la via di mezzo e il mio NordKapp l’ho trovato lì, all’estremità del promontorio. Millecinquecento metri più a nord del punto classico, sulla stessa isola, a distanza di un pezzo di oceano. Su uno scoglio che di turistico non ha nulla se non la potenzialità. E alla fine di nove chilometri di cammino, su un sentiero che sollazza i piedi alternando acquitrini e sassi.


Nulla di che, niente di proibitivo per nessuno. Una gita per tanti, tenendo presente che nella tundra tanto caldo non fa, che una sola pioggia potrebbe rendere la camminata decisamente problematica e che spararsi sei o sette ore di marcia sulle pietre ha l’effetto di un afterhour nelle mani della dottorezza teteska del ragionier Fantozzi. In ogni caso si fa. E come in tutte le cose della vita che davvero valgono la pena, la fatica alla fine trova il suo senso. Perché quando si arriva lì, davanti all’oceano aperto, non c’è bisogno di scattarsi selfie o registrarsi su Facebook. Ci si sente in un luogo speciale comunque. Forse anche di più.

E io ero lì. Ad osservare le onde che tentavano senza successo di sfibrare il granito rosa. A immaginare come quell’immensa roccia si sentisse davanti a questo stillicidio, se non ne avesse abbastanza di tutta quell’acqua. E a pensare alla fine che non sarebbe rimasta tanto impassibile per millenni se tutto questo non le fosse piaciuto. Ero lì a chiedermi come ci si possa sentire tanto furbi forti e potenti quando una sola di quelle onde potrebbe mangiarci come patatine a merenda. E perché sia così difficile restare impassibili come il granito rosa davanti ai tormenti della vita. Mi sono chiesta se avesse avuto senso faticare tanto per arrivare a vedere semplicemente il mare che si scontra sugli scogli. Se non sarebbe stato più facile scegliere la meta semplice che tanti scelgono. E non ho avuto altra risposta da darmi che sì. Ne valeva semplicemente la pena.
Perché noi siamo sempre pieni di certezze, ma a volte senza ragione: e quella persona che non volevo conoscere alla fine era perfetta per me. Dovevamo solo incontrarci nel modo giusto.

verofinoinfondo

4 thoughts on “L’altro Capo Nord”

  1. Le cose belle della vita hanno sempre strade meno facili per raggiungerle…. Bel racconto e soprattutto bellissima esperienza!!

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