“Vivere in Siria era impossibile. Non potevi uscire di casa, ogni passo era un pericolo. Potevano spararti da un momento all’altro. Tutto era difficile. Per me poi ancora di più, perché non ho mai voluto arruolarmi tra i militari. Io non volevo uccidere altri uomini, non ne sarei mai stato capace. E allora sono scappato: sette volte ho cercato di andarmene, ma sono sempre stato catturato. Mi hanno messo anche in prigione per via della mia resistenza a prendere in mano le armi. Sette giorni. E avevo solo 17 anni”. Il nome non lo dice. Ha paura, perché la sua mamma e il suo papà sono ancora lì, fra gli spari. Ma la sua storia la racconta. E chiede che diventi qualcosa di tutti, “perché è giusto che la gente sappia”.

Una nuova vita

Adesso lui è qui, in Norvegia. Lo incontro ad una festa di paese, fra cavalli, carri di bestiame, gare sportive, antiche case tipiche e specialità culinarie: vent’anni, magro, capelli scuri. Jeans e maglietta come un ragazzo qualunque. Il sorriso sulle labbra. Tre anni nel Paese più ricco d’Europa lo hanno cambiato: parla la lingua alla perfezione, ha amici, sa cosa fare e dove andare ogni volta che gli serve qualcosa. Gli manca solo una cosa. “La mia famiglia”.

Partito dalla Siria completamente solo, non ancora maggiorenne, in due mesi e mezzo ha attraversato Turchia, i Balcani, l’ex Jugoslavia, la Germania, la Svezia. Tutto per avere di nuovo una vita e sentirsi ancora una volta libero. “Ho dovuto farlo. O mi avrebbero ucciso”, racconta. Un viaggio mirato dritto al Paese del Nord in cui già viveva uno zio. E nel quale era probabile che le cose sarebbero state decisamente migliori. “Ho viaggiato su grandi barconi, poi sui treni. Sempre senza documenti, senza biglietti. Senza poter essere dov’ero”. E alla fine ce l’ha fatta.

Diritti riconosciuti

Un passaggio in vari centri di accoglienza, poi l’arrivo nelle terre centrali della Norvegia. E il nuovo inizio. “Qui ora sto bene. Ho tutto – racconta -. Sono stato subito riconosciuto come rifugiato politico e per tre anni avrò diritto ad un aiuto dallo Stato, ma anche alla possibilità di lavorare”. Per ora frequenta la scuola: la Norvegia chiede questo come primo passo verso l’integrazione. Conoscere le particolarità del Paese, la sua storia, la sua cultura e la lingua restano i requisiti base per poter vivere qui da cittadini, come anche lui potrà pensare di fare tra qualche anno. Sette, almeno. A patto di avere un lavoro e una vita regolare.

Regole precise per integrare tutti

“Qui in Norvegia accogliamo ogni anno un numero ben preciso di rifugiati. Non di più, perché diventerebbe impossibile aiutarli davvero”, mi spiega Eirin, che proprio con i nuovi arrivati svolge anche un lavoro per conto del Comune. “La Svezia, ad esempio, ha aperto le porte in modo indiscriminato. E ora si trova ad affrontare una situazione sostanzialmente fuori controllo. Proprio ciò che noi abbiamo sempre voluto evitare”. Risultato: i rifugiati – che nella zona provengono per lo più da Siria ed Eritrea – hanno una casa, un sussidio, diritto allo studio e al lavoro. E la prospettiva concreta di diventare norvegese a tutti gli effetti.

Ma la mamma è ancora in Siria

“È fantastico quel che ho trovato qui – mi dice ancora il giovane profugo –. Ma il mio pensiero resta per i miei genitori. Mi hanno fatto fuggire, ma loro sono rimasti là. Li sento ogni giorno al telefono, e mi dicono che la situazione è lievemente migliorata ma ancora difficile. Sentirli però non è come averli qui. Io in Siria non potrò mai tornare, perché verrei fucilato all’istante. E non so se loro avranno mai la possibilità di venire qui. Insomma, non so se li rivedrò mai più”.

verofinoinfondo

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