Difficilmente troverete un norvegese che non abbia una canna da pesca nel baule della macchina. O sul caravan. Io almeno ne ho visti proprio pochi. Forse i cittadini. O gli anticonformisti. Un po’ come noi, che se vediamo una palla per tiriamo due calci e iniziamo a giocare. Qui donne, uomini, giovani, anziani, bimbi più o meno piccoli, se vedono un po’ d’acqua, iniziano a pescare.

Mi è capitato di vedere bambinetti extra-small passare ore e ore all’aria, senza giacca, a gettare l’esca a ripetizione. Non si stancano mai. Non hanno mai freddo. Non fanno mai i capricci quando hanno quell’arnese in mano. Forse è tutta una strategia psico-pedagogica, chissà.

Un luogo imperdibile

Fatto sta che ci provano un po’ dappertutto. Viaggiano, si fermano, danno una cannata. E via di nuovo. Ovunque. In tanti posti ci trovi solo immigrati. E credo che per loro pescare sia più questione di necessità.

Ma uno dei luoghi in cui tutti – locali e non – prima o poi devono passare, perché semplicemente non è possibile non farlo, si chiama Atlantic Road. È uno degli angoli di Norvegia più famosi al mondo. E tutti l’hanno vista in fotografia almeno una volta. È il classico scatto del ponte fatto a curva, invaso dall’ondata di mareggiata. Presente, no?

Ecco, proprio prima di quel punto celeberrimo, un altro ponte sovrasta le acque del fiordo. È il villaggetto di Vevang. E qui tutti, ma dico proprio tutti, spengono il motore della macchina, aprono il baule e tirano fuori la canna da pesca. Così, brutalmente, giù dal ponte. Ad aspettare che un merluzzo o uno sgombro prima o poi si lasci stuzzicare dal pesciolino finto.

La volta del gabbiano…

La prima volta che sono passata di qui non mi aspettavo niente. È l’ultima cosa che mi immaginavo di trovare era la lunga fila di canne da pesca che sporgevano dalla balaustra del ponte. Una dietro l’altra, una dietro l’altra. Gente di tutte le nazionalità, a fare tutti la stessa cosa. Con pochi risultati, a dirla tutta.

Ma era bello così. Non fermarsi era impensabile, soprattutto con il mezzo negozio di cacciapesca che ci portavamo nel baule. E così ci siamo uniti alla grande famiglia. Prima un lancio, poi un altro, poi un altro ancora. La nostra prima sosta non mi è stata poi malaccio, considerato che la borsa si è riempita di sgombri. Ma a sfoggiare il meglio è stata la mia mano. Che con un solo tiro ha toccato quota mille punti pescando un gabbiano. Eh, cosa devo dirvi? Gli piaceva il pesciolino finto, non voleva lasciarselo scappare!

…e quella del merluzzo

Comunque su questo ponte strano e incredibile ci siamo tornati anche questa volta. Stesso posto. Stesse canne da pesca a guardare l’oceano. Stessa gente.

E la fortuna stavolta ha voluto che fosse Mamo Freealper a scioccare tutti: di mattina presto, proprio mentre io dormo e non posso documentare, ecco che scatta l’applauso di tutti quelli che sono sul ponte alla ricerca di una cattura. Si è appena conclusa una lotta durata oltre un’ora contro dieci chili di merluzzo.

Mamo l’ha arpionato sotto il ponte, ma la corrente e l’altezza hanno reso il recupero un’avventura. Il tedesco vicino di camper ha dato il suo notevole contributo insieme alla moglie, presentandosi con il guadino di ordinanza. Gli altri presenti, tutti a sostenere la causa.

Alla fine la dura battaglia ha dato ragione all’esca, con un pesce ormai stremato dal confronto. E un pescatore semplicemente felice, anche senza la sua storica rompiscatole a immortalare ogni momento della lunga partita.

verofinoinfondo

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