E quella volta in cui siamo saliti sul Galdhøpiggen, la montagna che con i suoi 2.469 metri è la più alta della Scandinavia? Non poteva esser mica una cosa normale, come quelle che fanno tutti… Eh no. Ovviamente siamo arrivati al rifugio quando ormai tutti gli altri alpinisti erano tornati alla base da un pezzo.

Le due del pomeriggio forse. O giù di lì. Colpa di una sbarra sulla strada, che incredibilmente noi italiani abbiamo convinto i norvegesi a non demolire, poi della nostra abitudine alle lungaggini… poi di qualche altro intermezzo. Chi lo sa. Comunque c’è tempo da lupi siberiani nonostante il calendario parli di metà agosto: nebbia, pioggia,nuvole.

Che fare? Andare o no? E poi, dove sarà sta montagna?

Non potete andare! Ma figuriamoci!

L’avventura inizia così. A metà estate del 2011, nel cuore della spedizione vissuta a bordo del nostro Range Rover equipaggiato di Maggiolina. Ventinove giorni di viaggio di cui ventisette di pioggia.

Pensate che c… ehm… fortuna! La soluzione migliore è chiedere indicazioni al rifugio da cui parte l’itinerario, campo base di tutte le cordate. “Scusi! Noi vorremmo salire il Galdhøpiggen, per dove si va?”. Allo sguardo impietrito del rifugista seguono alcune parole sconnesse: “Sarebbe meglio se prendeste una guida… ma va prenotata… è ghiacciaio, non potete andare da soli! Dovete anche avere l’attrezzatura giusta!”.

Assì? Va beh che non saremo Kammerlander, ma alla Margherita ci siamo arrivati anche in solitudine. Io quei cavolo di nodi li dimentico tutte le volte, morire se mi ricordo come si fanno da una volta all’altra, però bene o male me la cavo. Se non c’è da scalare pareti, sfilare sulle creste e fare cose assurde, della nostra squadra mi fido. Al di là del basic, poi, mi affido ai professionisti. In fondo io sono l’anello debole e le cose le calibro su di me. Al massimo ci provo, poi se vedo che siamo oltre, si torna. 

La cartolina del Galdhøpiggen!!

E allora, partenza. Ramponi, corda, imbrago, nodi a palla, distanza di sicurezza… ripassino veloce di tutto quello che ci ha insegnato il Lungo. E si va. Sì, ma dove?? La nebbia e le nuvole avvolgono le cime. Come si fa a capire dove andare? Intanto meglio accendere il gps, che nel caso comunque possiamo tornare a casa. E poi tocca trovare una soluzione per trovare il giusto itinerario, visto che una vera traccia sul ghiaccio non c’è. Idea del genio Mamo! La cartolina! Quella che vendeva il rifugio era perfetta: si vedevano bene il Galdhøpiggen e anche il percorso.

Si parte così, zaino a spalle e cartolina in mano, come Fantozzi e il ragionier Filini. Senza il portafogli, perché tanto cosa mai vorrai trovare lassù? Qualche ora di ravanata fra i sassi e poi via a legarsi come salsicce.

E poi su, sempre con la cartolina in mano, a cercare di capire quale sarà la cima giusta. “Mamo, ti dico che è quella!”. “Ma se siamo partiti da mezz’ora! Figurati se è quella!”. Boh, avanti allora. E alla fine, dopo qualche ora, nella nebbia qualcosa compare. È il grande ometto di cima del Galdhoppiggen!! E nevica anche un po’!

 

Il barbecue sotto la pioggia

È un momento bellissimo… manca solo una bella birra fresca. Peccato che sulla cima ci sia un bellissimo rifugio dotato di gadget e delizie e noi abbiamo lasciato il portafogli in macchina. Che iella malefica!

Meglio fare dietrofront e tornare sui nostri passi prima che venga buio, anche se arriverà molto tardi. Una volta al nostro Range, tireremo fuori le costolette di renna acquistate dai pastori Sami e accenderemo un bel barbecue.

Farà freddo, molto freddo. Pioverà e bisognerà dotarsi di ombrello. Ma presente quanto sarà bello?? 

verofinoinfondo

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