Dovete innanzitutto sapere che nella nostra casetta in Valsessera, quella che teoricamente dovrebbe rappresentare la nostra base terrestre, vigono consuetudini alquanto bizzarre. Al posto di RadioDeeJay risuona Nrk, radio nazionale norvegese che per fortuna parla poco e suona tanto, e sul balcone sventola il venerabile vessillo crociato rossoblu. Quanto ai dopocena, il nostro personale massimo della vita è passarli davanti ai video di un personaggio che nelle terre scandinave è un mezzo idolo. E da noi un perfetto sconosciuto.

Sono dvd che in Italia non si trovano neppure online, e che ho dovuto chiedere a un’amica di Oslo il favore di acquistare materialmente, impacchettare e poi spedirmi. Santa Rossana. Il soggetto si chiama Lars Monsen ed è la versione artica, autentica e molto più selvaggia di Bear Grylls. Un Indiana Jones che sfida la rosa dei venti e le quattro stagioni con la sola compagnia dei suoi cani da slitta, che sa tirare fuori una trota anche da un buco nell’erba, che si porta la canoa a spalle, sa orientarsi in mezzo al  deserto dei tartari, uccide i pesci a pugni e caccia via gli orsi bruni urlandogli addosso.

A differenza dei colleghi più o meno cinematografici, per quanto anche lui di tutto questo abbia fatto un business, uno che in pratica le cose le sa fare veramente anche senza essere seguito da una squadra di soccorso o da un cameraman nascosto. Ecco, dopo aver passato sere e sere dei nostri inverni annegati nel divano con la bocca spalancata e lo sguardo ebete, a guardare le avventure di Lars senza peraltro capire un tubo di tutto quello che diceva in norvegese, la lampadina del genio si è illuminata a giorno. Dobbiamo farlo anche noi. Insomma, andiamo in Norvegia, abbiamo tutto il tempo che vogliamo e osiamo tornare a casa senza aver emulato il nostro eroe? Inammissibile. E allora, ecco qui com’è andata.

Dove andare?? E cosa prendere?

Prima cosa, la scelta del luogo. Nord, sud? Montagne, altipiani? Boh. Meglio optare per una scenografia che già dal nome sappia di epico, sia mai che ci sia da ricordarci a lungo: Hardangervidda nasjonal park.

    

Obiettivo: sentirsi ancora come una volta, quando eravamo giovani e forti e in quattordici giorni abbiamo chiuso il trekking che attraversa tutta la Corsica. Ventiquattro chili sulle spalle Mamo, diciannove io. Una cosetta così, per la quale ci eravamo allenati solo un paio d’anni. Mentre adesso sono un paio d’anni che ciabattiamo più per bar che per dislivelli. Ma chi se ne frega.

Un’oretta buona al Tourist information ci chiarisce le idee per lo meno su dove non andare e su cosa non fare. Meglio di niente, visto che comunque non abbiamo nemmeno la più pallida idea di dove stiamo andando. Per equipaggiarci scegliamo la modalità soft: robe per tre/quattro giorni, con la consapevolezza che probabilmente resteremo in giro non più di un paio, ma con la certezza che sopravvivere a un solo giorno sarà già una vittoria. Insomma, boh.

Nel dubbio mi prendo dietro tutto quello che mi passa sottomano: maglietta, maglione, piumino, berretta, spazzolini, dentifricio, posate, pentole, bicchieri, bottiglia, sacco a pelo, materassino, occhiali doppi e tripli, calze, mutande, kit soccorso, frontale, cuscino, tenda e un bazar di altre cose praticamente inutili. Ma che non possono non esserci.

Mamo invece sfodera uno zaino occupato per tre quarti dall’attrezzatura da pesca, due canne, cucchiaini per un esercito, mosche e moschini, pescatora, guadino, machete, coltello finlandese, sacchetti e sacchettini e tutto quel resto di roba che non so nemmeno a cosa serva. E visto che starà a lui procacciare cibo fresco, il sacchetto con gli alimenti “industriali” finisce sulle mie spalle: pasta alla bolognese, zuppa di pesce e crema di funghi nelle ottime buste, barrette al cioccolato, noci, formaggini, Simmenthal, tonno, sgombri, würstel e pane da hot dog. Altro che Cracco.

Ed eccoci pronti a partire!!

Risultato è che alla partenza sembriamo i sosia di Gagarin durante l’allunaggio. Mamo ha pure lo spazzolino infilato nella cintura dello zaino, in bella vista. Forse lo userà come arma, chi lo sa.

Io, invece, non appena faccio roteare la zavorra sulle spalle caricandomi del fardello, vengo aggredita da un colpo di sciatica da restarci piegata. Porca miseria, eppure dodici anni fa ero in forma e tiravo su zaini come aria fresca. Per non deprimermi al pensiero di aver ormai sparato tutti i colpi in canna, mi autoconvinco che la fatica non esiste.

E per un po’ in effetti ci credo anche: diciamo per cinquanta metri, finché non inizia la salita. I centocinquanta metri di dislivello davanti a me nella mia mente assumono le sembianze di un Ottomila in invernale. E mentre avanzo al passo di un bradipo ottuagenario, vedo che pure Mamo mi semina. E dire che nei primi cinquanta metri ero riuscita a stargli dietro. Poi rimodulo il pensiero. Non sto andando piano perché non riesco ad andare di più, ma solo perché si parte sempre con calma. Me lo diceva sempre il mio papà. Ecco. Adesso sì che mi sento meglio.

Uno spettacolo della natura

Arrivo anche in cima al vertiginoso dislivello con una certa parvenza di sembianze umane. Sono tutto sommato felice. Davanti a me si apre come un mare sconfinato la bellezza del parco dell’Hardangervidda, dove qualcuno fa un bagno in un laghetto e qualcun altro cammina sotterrato dal peso dello zaino.

E’ qualcosa di emozionante: nessun albero, solo bassa vegetazione. Acqua, rivoli, torrentini, laghi, prati, rocce e pietre. E’ il verde che si incrocia con il blu e poi si incrocia con il verde. Uno spettacolo stupendo.

Seguendo la segnaletica contrassegnata da un T in teoria si dovrebbe passare da un rifugio a un altro. Uno gestito, l’altro no. Non esattamente il wild che amerebbe Lars Monsen, ma per questa volta può andare bene anche così.

Due calcoli fra la cartina e le indicazioni mi dicono che per arrivare al prossimo rifugio ci vogliono circa sette ore. Uhm. Peccato che i tempi qui siano stimati sul passo di Odino il Vikingo. E che a me probabilmente ce ne vorranno sì e no dodici. Ma chi se ne frega. L’importante è esserci. Dunque il sentiero sembra portare dritto verso di noi.

Ma sì, ci sarà da fare quel passo. No, forse quello vicino. No, ma guarda che la mappa va girata giusta, il passo è quello là. Uff. Fino a là in fondo devo arrivare? Meglio non pensarci e andare. Tanto poi finisce come sempre nella vita: quando è ora, è ora. E ovunque saremo, quando sarà ora di dire basta, basta diremo.

Hardangervidda: un saliscendi di bellezza

Il saliscendi del parco Hardangervidda è emozione pura. Tutto è bellissimo e fiabesco. Tranne le nuvole che si accavallano sopra la nostra testa, suggerendoci che forse, visto che lo abbiamo fatto ieri ma in un giorno tutto può cambiare, è il caso di dare un’altra occhiatina al meteo.

La collina con un po’ di rete ci lascia giusto il tempo di un collegamento con YR, la bibbia nordica del tempo che fa, per venire a sapere che le nuvole saranno più o meno innocue, anche se rompipalle, ma che sarà soprattutto il vento a dominare la serata, la giornata di domani e pure quella di dopodomani. E non una brezzolina da lungomare di Alassio. Una semibufera a raffiche, gelata quel tanto da farmi sognare il bel letto col piumino che ho lasciato sul mio camper. Ma io sono qui per fare come Lars Monsen, quindi cerco di scacciare il pensiero del montaggio tenda in balia del tornado. E torno ad osservare i fiorellini e le pecorelle che circondano il mio passo.

Ricordo con nostalgia i tempi delle lunghe camminate ravanose senza mai un acciacco. Qui dopo qualche ora inizio già a sentire i piedi diventare due bratwurst. Le calze che sfregano, le dita che si strizzano. Ma com’è che in quell’altra era tutto sembrava così facile? Lars Monsen non farebbe parola, duro com’è. E io a dirla tutta ci provo ad essere come lui. Ma durerò poco: quando Mamo se ne esce con la brillante idea di fermarci lungo un lago per la notte, mi sento molto meno un eroe e molto più una persona felice. 

Volevamo essere come Lars…

Volevamo essere come il nostro idolo Lars Monsen. E in effetti ci abbiamo provato. Solo che un conto è essere wild nella genetica, un conto è esserlo per passione. E dove lui probabilmente si sarebbe fatto una risata, noi abbiamo cercato soluzioni e stratagemmi per essere all’altezza del momento.

Prendete la legna: provate voi ad accendere un fuoco su un altopiano privo di alberi. Dove trovare qualcosa da bruciare? Fortuna che Mamo Freealper viaggia sempre a testa bassa alla ricerca di quel che potrebbe trovare per terra. E il più delle volte qualcosa recupera. All’improvviso compaiono cinque o sei pezzi di legna semicarbonizzata, residuo di vecchi barbecue selvaggi. E lo zaino del mio socio incassa. Poco dopo ecco spuntare alcuni lunghi rami sottili, ottimi per accendere e mantenere la fiamma. Qualcuno deve averli portati fin lì e poi abbandonati. A farsene carico sono io stavolta. Li infilo ai lati del mio zaino come fossero antenne. E la passeggiata continua fra i sorrisi perplessi degli escursionisti che incrocio sulla strada.

Una volta al lago, poi, la nostra vena selvaggia dà il meglio di sé nella fase del montaggio della tenda. Un’operazione che già in condizioni normali richiede un minimo di manualità, ma che esposta alle sferzate del vento diventa quasi una comica. Tieni di qua, tira di là, su da una parte, via da un’altra. La soluzione è riempire il telo sottostante di pietre per tenerlo fisso a terra, poi montare le varie parti con calma zen cercando di non fare casino. E soprattutto fissare i picchetti a terra con la stessa forza con cui si potrebbe trivellare il cemento armato. Alla fine la cosa riesce. Non esattamente alla Lars Monsen che sembra sempre ci impieghi quattro nanosecondi a fare ogni cosa, ma tutto sommato riesce. Ci metto dentro anche sacchi a pelo, materassini e cuscini gonfiabili. Quasi una cameretta, solo senza imposte e con un materasso un tantino ortopedico.

Una serata indimenticabile

Mamo dà due colpi di canna nel lago. Un po’ qua, un po’ là. Forse abbiamo la cena. Una trota schizza fuori con un balzo, ma l’amo si sfila nel tempo di un secondo. Chissà Lars se l’avrebbe catturata. Non possiamo saperlo. Noi comunque restiamo lì a bocca aperta, delusi e increduli. Eravamo a un passo dalla cattura, ma abbiamo dovuto rinunciare. Lo sappiamo che è la legge di natura, che una volta si vince e una volta si perde, ma la verità è innegabile: quando perdi non ti senti mai come quando hai vinto.

Non resta che dirottarsi sui cibi industriali di artificiale produzione. Tra tutti, il meno peggio. I wurstel, da abbrustolire sul fuoco acceso con le mie antenne e la zavorra di Mamo, a due passi dalla tenda e dal lago. Un momento catartico per lo scenario e la bellezza, sotto il sole che scende, le nuvole che danzano e il maledetto vento che non molla. Ovviamente finendo per girarsi in direzione piena del nostro giaciglio notturno, che nel tempo di una grigliata assume la profumazione di un Arbre magique alla carbonella affumicata. 

Ma chi se ne frega. Noi siamo qui per essere come Lars Monsen, per respirare l’aria che respira lui, per vedere gli scenari che vede lui, per provare le emozioni che prova lui. E allora, visto che il Sole fino a quasi mezzanotte non fa cenno di volersene andare, anche il dopocena è tempo di una pescata, di due passi lungo il lago e di una camminata fino al torrente per raccogliere acqua da bere.

A ritemprarci ci penserà la notte. Anzi no. Perché a un paio d’ore dalla buonanotte mi sveglio con gli occhi sbarrati davanti alla luce del giorno che invade la tenda. Ma porca miseria, è già mattino?? No. Sono le tre. Ma il cielo è già di nuovo splendente. Li mortacci a lui.

E comunque sia andata, è stato un successo!

Il risveglio sembra più clemente del previsto, considerato che intanto sono ancora viva, ma soprattutto non ho parti di corpo sperse per il sacco a pelo. Sono intera. E abbastanza in forma. Ci sono tutte le condizioni per continuare, salvo una: il meteo. Il cielo è coperto, il freddo pungente. E il cavolo di vento, soprattutto, non ha ancora avuto il buon gusto di andarsene. Anzi, ha portato i rinforzi. La situazione non è esattamente quella classica da tendata di piacere, semmai più da spedizione subartica. E visto che noi siamo sempre qui per essere come Lars Monsen, ma tutto sommato fino a un certo punto, decidiamo che forse è meglio rientrare per tentare nei prossimi giorni, chissà, qualche uscita a vento zero.

Ma fare dietrofront così sarebbe triste, senza qualche deviazione e qualche fuori programma. E allora via verso un altro lago, alla faccia del vento, per vedere se qualche pesce non abbia un po’ di fame. O verso un altro lago ancora, dove piantare la tenda sarebbe stupendo e avrebbe un sapore ancor più selvaggio. Fino all’ultimo la tentazione di cercare un posto per accamparsi ancora resta forte. La voglia c’è, il fisico anche. Ma il vento è sempre più intenso, le condizioni renderebbero il momento più una noia che un piacere. Solo a tarda sera decidiamo che l’avventura è finita.

Abbiamo cercato di essere come Lars Monsen, e a modo nostro, tra fallimenti e risate, ci siamo riusciti. Nella nostra mente, almeno, ci siamo riusciti. Domani penseremo al male ai piedi, alle ginocchia stanche e alla schiena dura come il marmo, ma per ora siamo felici così. E forse anche il nostro idolo, pur concedendogli una risata, lo sarebbe con noi. 

Ed ecco qui il video completo della nostra avventura!!! Buon divertimento!!

verofinoinfondo

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