L’orologio che hai al polso parla improvvisamente una lingua diversa dalla realtà che ti circonda. Da quando sei sbarcato alle Svalbard, la bussola del tuo equilibrio biologico sembra aver perso la direzione. Lo senti dentro, che sarebbe ora di stendersi e dare alle forze il tempo di ritrovarsi. Hai viaggiato, hai osservato dal cielo terre lontane dalla tua, ma l’ora non è mai cambiata. Longitudini simili: non c’è stato bisogno di accelerare il passo delle lancette. Né di rallentarlo. Eppure adesso, mentre a casa tua il mondo dorme, avvolto nel buio e nel caldo della notte di fine luglio, ti ritrovi qui. Ad alzare lo sguardo verso il sole, a lasciarti abbagliare dalla luce, a vivere questo eterno primo pomeriggio che sembra non voler girare l’interruttore. 

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Un mezzogiorno infinito di luce continua

Sono le due di notte. I gradi combaciano appena con il numero delle dita di una mano. Ma il riverbero è quello di un dopopranzo qualunque. Nella grande cucina del campeggio che si affaccia sul gelo infinito del Mar Artico, sulla grande distesa di tundra a due passi dall’aeroporto, gente di ogni parte del mondo chiacchiera sorseggiando caffè, componendo il quadro di una surreale colazione. È il tuo approccio con queste isole. Lo scontro con la realtà abitata più anomala d’Europa.

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Milleduecento chilometri dal Polo Nord, 2.500 abitanti e 3mila orsi polari. In poche parole, la terra più a Settentrione, la natura più nuda, il clima più severo, gli scenari più sconvolgenti del Vecchio Continente. E la luce e il buio più persistenti che mai. 

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Longyearbyen dista sì e no quattro chilometri di strada d’asfalto circondata da rocce, terra, fossi d’acqua. Sintomi di inverni che lasciano il segno. E che neppure nell’alta stagione del turismo, ora vagamente proiettata verso la sua fine, si ricompongono nel verde della vegetazione. Qui, in questa capitale che è parte di Norvegia ma di fatto parte solo di se stessa, piante e giardini non esistono. Il permafrost, il terreno sempre congelato, conserva ogni cosa ma inibisce la disinvoltura botanica delle terre benedette dal caldo.

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Risultato: da queste parti, dove il mercurio oscilla costante dal -15 al +6, a volte regalando apici rimasti negli annali (-43 e +21, secondo la storia), esiste solo una coraggiosa (e pure varia) forma di natura, che ogni anno, quando il buio perenne dei quattro mesi di inverno artico si dissolve, tenta a forza di affermarsi. Erbetta. Muschi. Microscopici funghi. Fiorellini di varie fogge e di tempra non comune. E una sola pianticella, forse più ardita di tutte, che rappresenta il primato in termini di altezza. Dieci centimetri, forse. Al di sopra, nulla più.

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Svalbard: un crocevia di nazionalità

Verrebbe da chiamarlo avamposto, questo crocevia di provenienze che sono le isole Svalbard. Una cittadina adagiata tra i ghiacciai e l’oceano, un porto, un paio di pub pullulanti di gioventù e nazionalità, negozi. Una pizzeria nota per la (ottima) versione artica del piatto italiano per eccellenza: pasta sottile e croccante, kebab di renna, bacche rosse e crema all’aglio. E poi turismo, ovunque.

Hotel, agenzie, guide artiche a disposizione, calendari giornalieri di attività proiettati sui maxischermi dei bar. Longyerbyean non è luogo da vivere in solitudine, né in autonomia. Né da scegliere come meta di un soggiorno stanziale. La terra delle Svalbard offre tra i più meravigliosi spettacoli naturali del mondo, ma osservarli richiede pianificazione. A un escursionista qualunque è praticamente vietato metter piede al di fuori del centro abitato.

E nessuna grande attrattiva turistica, di fatto, potrebbe essere raggiunta sfruttando i collegamenti via terra. Vedere e fare, qui, si fondano su due requisiti fondamentali: la compagnia di una persona armata di fucile e la possibilità di muoversi. In nave, in genere. O in motoslitta, se la stagione lo richiede. 

E un pericolo che non bisogna sottovalutare mai

La presenza diffusa, non capillare ma costantemente affidata all’incognito, degli orsi polari impone di tenere gli occhi ben aperti, da queste parti. L’apparenza docile e affettuosa dei grandi peluche bianchi è un’illusione che si sgretola sotto la durezza della legge di natura: non esiste altro predatore, al di fuori di questo, capace di attaccare l’uomo per pura fame. In una parola, di cibarsene. Vien da sé  che girare spensierati per le spianate di tundra risulta vagamente inopportuno. E la regola impone la rigida presenza di un’arma. Non atta ad uccidere, sia chiaro. O almeno non come prima reazione. Fatto sta che, a conti fatti, l’amicizia con un residente, il reclutamento di una guida o il possesso di un porto d’armi che consenta di dotarsi di carabina in loco diventano alternative buone e giuste. 

Solo ad arma carica si può dunque pensare di prendere il largo. E non c’è rischio che i proiettili  compromettano la serenità delle escursioni organizzate: il possibile arrivo del predatore, sempre possibile, è fatto presente ma senza terrorismi. In questo modo, l’attenzione si snoda facilmente su tutto il resto che rimane da ammirare. Dalle attrattive artificiali, come il gettonatissimo Pyramiden, avamposto minerario russo abbandonato sopravvissuto grazie alla coraggiosa scelta – difficile dire quanto volontaria – di una manciata di residenti (3 durante il lungo inverno di buio), tra residui bolscevichi, rovine delle vecchie collettività e ricordi nostalgici dei tempi in cui qui lavorava qualcosa come un migliaio di russi, diventati nel tempo una famiglia dotata di tutto, tranne che di denaro circolante.

Un luogo ricco di bellezze naturali

Sino alle bellezze naturali di queste favolose Svalbard. Pack, orsi polari, foche e trichechi per i più fortunati, dotati di tempo e risorse per intraprendere un tour in navigazione nelle isole più a nord; escursioni in barca ad osservare il crollo dei ghiacciai in mare, la distesa d’acqua gelida disseminata di iceberg o le altre località abitate dei dintorni, per chi invece sceglie di tornare in città in poche ore. Gite confezionate su misura dei turisti, ma occasioni pur sempre uniche per provare qualcosa di nuovo: il barbecue a bordo a base di carne di balena, ad esempio, accompagnato dal tipico pane del luogo. O il bicchierino di whisky on the rocks, dove il ghiaccio è nient’altro che un frammento d’iceberg raccolto direttamente dal mare.

E infine una chicca per gli amanti del genere. L’uscita in kayak sotto il sole di mezzanotte. Non esattamente una passeggiata per fisici in confidenza con la sola tastiera di un computer, ma comunque un’esperienza indimenticabile. Scaldata dal succo caldo di bacche nere e rallegrata dalla conoscenza di compagni dalle nazionalità più imprevedibili. E vissuta con quella persistente, ma splendida sensazione di dissonanza tra il tuo bisogno di riposo e quel che il cielo si ostina a dirti. Illuminato dal sole di una notte che non finisce mai.

Se volete vivere un’avventura unica e indimenticabile alle isole Svalbard, fra crociere ed escursioni, rivolgetevi a chi di questo luogo ha fatto un mestiere: Mario Placidi Spring, Gianmarco Camaioni, Lara Chinotti e Il Diamante Quality group. Li trovate su Facebook, oppure per contatti chiedete a me. Buon viaggio!!!!!!

verofinoinfondo

2 thoughts on “Svalbard: così ho trascorso 7 giorni senza vedere mai la notte”

  1. Bellissimo!!!!

    Meriteresti il Pulitzer per questa descrizione:
    ” Il permafrost, il terreno sempre congelato, conserva ogni cosa ma inibisce la disinvoltura botanica delle terre benedette dal caldo.”

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